Che cos’è l’All Star Game?

Una domanda, mille risposte.
Le sfumature che avvolgono uno degli eventi più seguiti del mondo – quasi 9 milioni di americani incollati alla TV e quasi 14 milioni collegati da tutto il mondo con qualsiasi strumento tecnologico – come l’All Star Game sono tante, forse troppe per essere riassunte in un unico discorso. La risposta più ovvia alla domanda di fondo sarebbe “la partita delle stelle” ma, negli anni, questo concetto ha assunto pian piano forme sempre diverse. La vera e propria rivoluzione si ha all’inizio degli anni 2000, quando il nuovo millennio porta con sé nuovi trend, nuove mode e nuove concezioni della “partita delle stelle”. Che sia un evento spettacolare, non ci sono dubbi: già nel 1961, quando fu inaugurato a Boston, l’intento era quello di far divertire il pubblico creando una partita dove si scontrassero i più forti giocatori della Lega. La domanda, ora, cambia leggermente inclinazione: la spettacolarità può essere espressione solo dei giocatori più forti? É a questa domanda che cerchiamo risposta, anche alla luce degli ultimi avvenimenti. Il polverone che ha alzato la mancata chiamata in quintetto di Russell Westbrook con la Western Conference fa nascere dubbi ma non è l’unico snub che un evento del genere ha suscitato. Il folle playmaker da UCLA è forse il manifesto ideologico della spettacolarità che la NBA offre al mondo, eppure per lui non c’è spazio. C’è spazio, però, per un Kawhi Leonard ai massimi storici per punti (25.5 di media) e responsabilità concesse da coach Pop (più di 17 tiri di media a gara). La qualità di Leonard, preso come esempio e non come punto sul quale focalizzarci, è indiscutibile, essendo uno degli all-round migliori in circolazione. Ma, arrivati a questo punto, la terza domanda ovvia che ci facciamo è: nelle convocazioni per l’All Star Game si premiano i migliori dei primi 4 mesi di stagione oppure si scelgono i giocatori che, oltre all’efficacia in campo, risultano essere i più spettacolari? Tre le nostre domande, sostanzialmente tutti riconducibili sotto quella principale: che cos’è l’All Star Game?

Il dibattito, come detto, è aperto più o meno da sempre, perché gli overrated dal pubblico e dalla stampa ci sono sempre stati – e sempre ci saranno. Di casi come quello citato in precedenza, ovvero sia del premio all’inizio di stagione contro la spettacolarità di un giocatore, ce ne sono già stati e sempre ce ne saranno. Il problema sta proprio nel riuscire a decidere che cos’è effettivamente l’ASG, quale inclinazione fargli prendere, cosa preferire: lo spettacolo o la meritocrazia? Gli All Star sono dei giocatori che possono essere definite delle stelle (Leonard sarebbe perfetto) o sono quei giocatori che incarnano perfettamente l’appeal dell’evento, ovvero sia la quintessenza della spettacolarità? Qui le correnti di pensiero si dividono in due grandi gruppi: c’è chi vorrebbe una Partita delle stelle (la P maiuscola dovrebbe farvi capire la differenza da “partita”) e c’è chi vorrebbe vedere lo spettacolo più bello del mondo (ovvero sia i migliori giocatori che creano qualcosa di bello da vedere). Schierarsi da una parte o dall’altra è impresa ardua, perché ognuna delle due fazioni può portare avanti una giusta e rispettabile tesi. Certo, la soluzione migliore è innegabilmente la fusione delle due cose ma, purtroppo o per fortuna, non tutto risolvibile in maniera così semplice. I casi storici abbondano e, solo per non dilungarci troppo, prendiamo in considerazione le ultime 5 edizioni, sottolineando i giocatori più efficaci che belli da vedere in un contesto di non-pallacanestro, più funzionali in un determinato sistema anziché prestati al mondo dell’NBA Basketball per doti balistiche.

  • Edizione 2016, Toronto

    Western Conference: Kobe Bryant, Kevin Durant, Kawhi Leonard, Stephen Curry, Russell Westbrook, Draymond Green, James Harden, Chris Paul, Klay Thompson, Anthony Davis, DeMarcus Cousins, LaMarcus Aldridge.
    Eastern Conference: LeBron James, Paul George, Carmelo Anthony, Dwayne Wade, Kyle Lowry, Jimmy Butler, Demar DeRozan, Paul Millsap, Andre Drummond, Chris Bosh, John Wall, Isaiah Thomas, Pau Gasol, Al Horford.
  • Edizione 2015, New York

    Western Conference: Blake Griffin, Marc Gasol, Kobe Bryant, Anthony Davis, Stephen Curry, LaMarcus Aldridge, DeMarcus Cousins, Tim Duncan, Kevin Durant, James Harden, Damian Lillard, Dirk Nowitzki, Chris Paul, Klay Thompson, Russell Westbrook.
    Eastern Conference: Carmelo Anthony, LeBron James, Pau Gasol, John Wall, Kyle Lowry, Chris Bosh, Jimmy Butler, Al Horford, Kyrie Irving, Kyle Korver, Paul Millsap, Jeff Teague, Dwyane Wade.
  • Edizione 2014, New Orleans

    Western Conference: Kevin Durant, Blake Griffin, Kevin Love, Kobe Bryant, Stephen Curry, LaMarcus Aldridge, Anthony Davis, James Harden, Dwight Howard, Damian Lillard, Dirk Nowitzki, Tony Parker, Chris Paul.
    Eastern Conference: Carmelo Anthony, Paul George, LeBron James, Kyrie Irving, Dwayne Wade, Chris Bosh, DeMar DeRozan, Roy Hibbert, Joe Johnson, Paul Millsap, Joakim Noah, John Wall.
  • Edizione 2013, Houston

    Western Conference: Kevin Durant, Blake Griffin, Dwight Howard, Kobe Bryant, Chris Paul, LaMarcus Aldridge, Tim Duncan, James Harden, David Lee, Tony Parker, Zach Randolph, Russell Westbrook.
    Eastern Conference: Carmelo Anthony, LeBron James, Kevin Garnett, Rajon Rondo, Dwyane Wade, Chris Bosh, Tyson Chandler, Luol Deng, Paul George, Jrue Holiday, Kyrie Irving, Brook Lopez, Joakim Noah.
  • Edizione 2012, Orlando

    Western Conference: Kevin Durant, Blake Griffin, Kobe Bryant, Chris Paul, Andrew Bynum, LaMarcus Aldridge, Marc Gasol, Kevin Love, Steve Nash, Dirk Nowitzki, Tony Parker, Russell Westbrook.
    Eastern Conference: Carmelo Anthony, LeBron James, Derrick Rose, Dwyane Wade, Dwight Howard, Chris Bosh, Luol Deng, Roy Hibbert, Andre Iguodala, Joe Johnson, Paul Pierce, Rajon Rondo, Deron Williams.

Stanotte sono stati ufficializzati anche i roster dell’edizione 2017, con delle convocazioni che vanno nella direzione di mezzo appena descritta. Per la Eastern Conference ci sono Giannis Antetokounmpo, Jimmy Butler, LeBron James, DeMar DeRozan, Kyrie Irving, Paul George, Kevin Love, Kyle Lowry, Paul Millsap, Isaiah Thomas, Kemba Walker e John Wall; per la Western Conference, invece, coach Kerr avrà a disposizione Anthony Davis, Kevin Durant, Kawhi Leonard, Stephen Curry, James Harden, DeMarcus Cousins, Draymond Green, Gordon Hayward, DeAndre Jordan, Klay Thompson e Russell Westbrook. È bene precisare una cosa: tutti i giocatori sottolineati sono comunque degli All Star e, qualora la propensione dei votanti sia rivolta ad una partita vera, sono elementi essenziali che meritano di essere selezionati. Il dilemma, dunque, resta quello ed è davvero difficile da sciogliere. Per tornare all’attualità: perché Gordon Hayward, perché Paul Millsap e non un folcloristico Joel Embiid o un pittoresco Damian Lillard? Prendiamo questi esempio, due ad Est e due ad Ovest, per snocciolare la questione. Gordon Hayward è il faro dei sorprendenti Utah Jazz: 21.8 di media in 41 partite, tirando con il 45.8% dal campo e quasi il 40% da 3 (39.2%). È una stagione da All Star, a tutti gli effetti. È stato preferito a Damian Lillard, autore di una stagione a sprazzi ma comunque da ottavo miglior score della Lega (in media), con 26.2 punti a sera. Damian Lillard, senza nulla togliere al prodigio da Butler University, non è un mix migliore di spettacolo e numeri rispetto a Gordon Hayward? Ripetiamo, non propendiamo per nessun giocatore in particolare ma ci interroghiamo sulla base di cosa vengano fatte le scelte, su quale criterio si utilizza per dire Hayward > Lillard (o chi per esso) per la partita delle stelle. Il caso eclatante è quello di Joel Embiid, a tutti gli effetti uno dei simboli più divertenti e spettacolari che la NBA possa offrire. Al di là delle cifre migliori di Mr. Trust The Process rispetto a Millsap (19.8 di media contro i 18 della power forward degli Hawks), l’attenzione che avrebbe attirato su di sé il più discusso talento del momento è sicuramente superiore rispetto a quella che suscita un giocatore di tutto rispetto come Millsap.
Che cos’è l’All Star Game? È la cosa più bella del mondo e la cosa più brutta del mondo allo stesso tempo, è la pallacanestro e la non-pallacanestro contemporaneamente, perché schierarsi da una parte o dall’altra è davvero troppo difficile.

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About The Author

Alessandro Pagano Giornalista Pubblicista e studente di Scienze e Tecnologie della Comunicazione. Scafati e il basket i suoi primi e unici grandi amori. Cresciuto sotto il segno dell’avvocato Buffa e Flavio Tranquillo. Si va a dormire con pantaloncini e calzettine da gioco “because you never know if a game breaks out”! Fondatore di NBA24.it