Curry vs Irving un anno dopo. Finalmente

Stephen Curry vs Kyrie Irving dove eravamo rimasti? A uno dei più attesi duelli delle scorse Finals, stroncato fin da subito dall’infortunio al ginocchio del nativo di Melbourne che, se non spianò, quanto meno rese più facile la marcia di Golden State verso il titolo. Un LeBron James mai così “solo sull’isola” sfiorò la tripla doppia di media contro la miglior difesa su singolo possesso dell’intera Nba. ma non riuscì ad opporsi all’inevitabile, privi com’erano i suoi Cavs della seconda opzione offensiva e con un Kevin Love intrappolato nei gangli di ciò che Steve Kerr aveva predisposto per lui.

Adesso, però, dea bendata permettendo, quel che non è stato finalmente sarà. E potremo finalmente renderci conto quanto e come due modi diversi di interpretare il ruolo di guardia (PG o SG cambia poco, soprattutto per il figlio di Dell) possano incidere su prestazioni personali e di squadra.

Al netto delle tre partite in meno del numero 30 causa infortunio nella serie contro i Rockets, la situazione è molto più in equilibrio di quanto già non evidenzino i numeri. Anche perché, fatta eccezione per un paio di gare contro Portland e le ultime tre contro OKC (nelle quali ha viaggiato a 32.6 punti di media), Curry non ha certo disputato la sua migliore post season. Anche a causa dei frequenti e ricorrenti problemi fisici che ne hanno limitato le capacità offensive anche dietro l’arco come dimostra il 40.7% nelle 11 partite di PO fin qui disputate,a fronte del 45.7 di Irving. Il quale, sulla scorta di quanto visto fare a LeBron, non ha dovuto forzare e (s)forzarsi più di tanto per giungere fin qui.

Se, da una parte, le cifre sembrerebbero dare ragione al prodotto di Davidson, dall’altra non si può non considerare come dette cifre siano il frutto dello sforzo profuso per superare l’ostacolo Thunder, la cui resistenza è stata ben più dura di quella spesa dai pur volenterosi Raptors. Al di là della lieve differenza del numero di tiri segnati in relazione a quelli presi tra i due (8.9/19.5 Curry, 9.2/19.2 Irving), infatti, a fare la differenza è la qualità dei suddetti tiri, con il #2 di Cleveland che ha potuto giovarsi delle grandi attenzioni riservate a James per raffinare la sue stats di precisione. Tirare meglio, tirando meno senza essere costretto a farlo ogni singolo possesso: è tutto qui, senza doverci per forza addentrare nel già sviscerato tema della diversa competitività tra le due Conference. In parole povere, Irving arriva, mentalmente e fisicamente, più fresco del diretto avversario al redde rationem.

Dal punto di vista difensivo, poi, è indubbio che Irving possa tenere il primo passo di Curry, mentre è da verificare la situazione opposta. Vero è che l’atletismo e la fisicità non sono gli stessi di quel Westbrook che ha fatto patire Steph per larghi tratti, ma le difficoltà nell’1vs1 (soprattutto se giocato sfruttando il pick n’roll) dell’MVP sono note da tempo e costituiscono uno dei principali rimpianti dei Cavs alla voce “Finals 2015”.

Tutte queste considerazioni, però, sono destinate a lasciare il tempo che trovano. Curry ha dimostrato di riuscire a risultare decisivo indipendentemente da chi si è trovato di fronte e Irving va compiutamente testato su un palcoscenico che, in precedenza, ha soltanto sfiorato. Di certo siamo di fronte a due giocatori con una capacità superiore di read and react in grado di andare contro logica, analisi, statistiche e piani difensivi studiati ad hoc.

Non resta che mettersi comodi e sperare di vederli competere al meglio delle proprie possibilità fisiche e tecniche: l’anello passa dalla sfida nel backcourt.

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.