"Da solo sull'isola". Guida ragionata al contro-record di Kobe Bryant

Uno dei 26 tentativi dal campo di Kobe Bryant nella partita contro i Memphis Grizzlies (foto da: bleacherreport.com)
Uno dei 26 tentativi dal campo di Kobe Bryant nella partita contro i Memphis Grizzlies (foto da: bleacherreport.com)

“E’ come ha detto Babe Ruth: chi fa grandi colpi fa grandi errori”. E’ un caso (o forse no) che la citazione appartenga ad un allora giovane Kobe Bryant. Ed è sempre un caso (o forse no) che sia la prima cosa che mi sia venuta in mente quando, dopo il 28-7-6 contro i Memphis Grizzlies (ennesimo atto della tragica pantomima corrispondente alla versione 2014/2015 dei Los Angeles Lakers), il nostro è diventato il recordman ogni epoca per tiri sbagliati nella Nba: 13.420. Tredicimilaquattrocentoventi. Che vuol dire un errore ogni 3 minuti e 25 secondi passati sul parquet dal 24 fu 8. Che, sommato al numero di canestri realizzati (e sono “un tantino” in più, fidatevi) nei 18 e più anni di carriera, fanno un numero complessivo di tiri e iniziative da far passare la voglia di contarli anche ad “Elias”, il tremendo sorvegliante numerico dell’Nba; quello, per intenderci, che fornisce tutte quelle statistiche con cui noi scribacchini della palla a spicchi amiamo deliziarvi di tanto in tanto.

Prima di proseguire nella lettura, però, una doverosa premessa. Chi vi scrive è un bryantiano della prima ora. Uno di quelli che ha ha creduto, e crede tutt’ora, che il figlio di Jellybean sia la prova vivente della effettiva possibilità della reincarnazione. Del 23 da Wilmintgton, North Carolina, of course. Quanto e se ci sia andato vicino è argomento complesso che non val la pena approfondire qui. Sarebbe come discutere del sesso degli angeli (per chi ci crede). Perché se è vero, come è vero, che QUELLO LI’ ha posto limiti probabilmente invalicabili per qualunque bipede che abbia la passione per la palla a spicchi, è altrettanto  vero che, nelle due decadi successive, nessuno è andato più vicino a quei limiti del nostro amato/odiato “Black Mamba”.

Ma tendo a divagare. Il record al contrario, dicevamo. Appreso di quanto accaduto in quel di Memphis ero ben conscio di ciò che il variegato mondo del web (ultima vera enclave di quelli che la sanno lunga un pò più degli altri) mi avrebbe riservato. L’attesa non è andata delusa: “Egoista”, “Sopravvalutato”, “Pensa a se stesso e non alla squadra”, “Senza O’Neal non avrebbe mai vinto niente”, “Indegno averlo paragonato a Jordan”, quanto di più riferibile di ciò che ho letto qua e la sui social e sui commenti ai pezzi di articolisti certamente più qualificati del sottoscritto. Al di là delle preventivabili esagerazioni (in un senso o nell’altro) che la notiziabilità di questo record provoca inevitabilmente, si impongono, a mio parere, due ordini di valutazione. Uno oggettivo, incontrovertibile, difficilmente contestabile perché basato su solidi dati (statistici) di fatto. L’altro più personale e, quindi, suscettibile di critica, costruito sulla proiezione che il Bryant atleta ha sempre proiettato verso l’esterno.

Partiamo dal primo. Scorriamo per un attimo la lista dei “reprobi”, quelli cui Bryant ha tolto questo poco invidiabile primato. In ordine di apparizione troviamo John Havlicek, Elvin Hayes, Karl Malone, Kareem Abdul-Jabbar, Michael Jordan. Una discreta collezione di “Hall of Famers”, nonché una variante che gli “haters” di turno non hanno considerato fino in fondo. Eppure dovrebbe essere la prima inferenza logica. Una guardia tiratrice come Bryant, lo stesso Jordan, o, più semplicemente, tutti quei giocatori che costituiscono la prima opzione offensiva della propria squadra, sono giocoforza quelli che sbagliano di più; non foss’altro perchè, nella maggior parte dei casi, si trovano di fronte una difesa che preferisce farsi battere da uno degli altri quattro a caso piuttosto che da te. Maggior numero di responsabilità, maggior numero di tentativi e rapporto errori/canestri che varia dal pessimo al fantasmagorico a seconda della serata. Sei il più forte? Bene ti prendi la responsabilità di farci vincere o perdere, in ogni caso. Una differenza lieve come il suono della retina che si scuote. E’ la vita, è lo sport. “Ho sbagliato oltre 9.000 tiri e ho perso più di 300 partite. Per 26 volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo allo scadere ed ho fallito. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. Uno spot memorabile, uno dei più efficaci di sempre. Il protagonista? Michael Jeffrey Jordan, che domande. Quello di cui non si ricordano i 12.ooo tiri sparati a salve e i 3 minuti e 19 intercorrenti tra un errore e l’altro, ma soltanto tutto il resto. Giustamente, aggiungerei.

E veniamo al punto di vista soggettivo. Kobe Bryant è un ossessivo assoluto. Uno per il quale vincere è l’unica cosa che conta. Uno che pretende il massimo, da sè e dagli altri, sempre e comunque. Se vuoi giocare con (e contro di) lui devi essere al suo stesso livello mentale. Non sono ammesse debolezze o distrazioni. Si scende in campo, sera si sera no, solo e unicamente per vincere. Se non sei pronto ti mangia vivo. Ti umilia, Ti “spiega” perché lui è 5 volte campione Nba e 2 volte medaglia d’oro olimpica e tu no. Un sacro fuoco alimentato dalla voglia di primeggiare, da allenamenti all’alba anche durante la “off season”, da 19 stagioni giocate con la pressione di dover dimostrare di essere Kobe Bryant. Non fosse così non sarebbe mai potuto rientrare da infortuni come gli ultimi due che ha accusato, nelle condizioni attuali. Perché se per un attimo ci si fermasse a pensare che quello visto fino all’altro ieri notte è un 36enne dal tendine d’Achille malandato, allora davvero ci si renderebbe conto della dimensione mostruosa di questo giocatore, che va ben oltre i discorsi di lana caprina su quanto si sia avvicinato a Jordan e quanto O’Neal lo abbia aiutato a conquistare titoli. I numeri raccontano che, quando ha avuto una squadra a sostenerlo, Bryant è arrivato 7 volte alle Finals, vincendone 5 e risultando 2 volte “Mvp”. Il problema è che, come per Jordan ma nel senso opposto, ci si ricorda quasi unicamente del resto. Un “resto” che parla di stagioni buie, di Kwame Brown, Smush Parker e di una mediocrità generale che non si addiceva per niente al blasone gialloviola (comunque acqua di rose rispetto allo sfascio attuale). In un contesto simile, Bryant reagì nell’unico modo che riteneva sensato. Se non poteva convincere i suoi compagni che vincere era possibile ci provava da solo. Oltre ogni umana comprensione. Gli 81 punti, i 65 in tre quarti e mezzo ai Dallas Mavericks, i 35 di media della stagione 2005/2006, la serie spaccacuore contro i Phoenix Suns (7 gare giocate sostanzialmente 1 contro 5) sono tutti figli di una voglia di vincere smisurata ma mai compresa fino in fondo. Di quel Bryant si è sempre messo in luce l’egoismo, l’attenzione ai numeri personali piuttosto che a quelli di squadra, il porsi sempre e comunque al di sopra di tutto il resto. In pochi si sono calati nei suoi panni, comprendendone la frustrazione nel vedere il suo talento costretto in un contesto senza prospettive apparenti. Ho sempre ritenuto che, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe barattato ben volentieri qualche cinquantello per almeno una finale di Conference. Invece il suo voler vincere a ogni costo, anche attraverso una logica di gioco incomprensibile ai più, gli ha costruito quell’etichetta di individualista che faticherà a scrollarsi di dosso fino a fine carriera. E che trova nel record di cui sopra (che, conoscendolo, gli fa piacere si e no) un humus fertile sul quale attecchire.

Ultimissima riflessione. Questa rischia di essere (se non lo è già) la stagione in cui si manifesteranno tutte le incongruenze possibili e immaginabili intorno al 24. Salvo cataclismi, infatti, tempo qualche mese e si supererà Jordan come terzo marcatore di sempre. Un altro record che, come quello oggetto di queste righe, può voler dire tutto e niente. In ogni caso ci sarà chi lo esalterà per aver superato l’antico maestro e chi, in direzione ostinata e contraria, ricorderà come quest’ultimo non avrebbe mai sbagliato così tante conclusioni dal campo.

Rassegnatevi, non se ne verrà mai fuori. Kobe Bryant, dal canto suo, continuerà a tirare, forzare, segnare e sbagliare. Come dal suo primo giorno nella Nba. Perché uno così vuole vincere. Sempre. E se non può farlo in un contesto di gruppo prova a farlo da solo. Le critiche? Fanno parte del gioco, così come i tredicimilaquattrocentoventi errori al tiro. Robetta per chi, dal 1996 ad oggi, è abituato a sentirsi “da solo sull’isola”. Contro tutto e tutti. Sbaglia solo chi ha il coraggio di provarci.

E allora Mamba.

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.