Road to the ring: la preview della Eastern Conference

ATLANTIC DIVISION

di Salvatore Malfitano

Foto da YouTube
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Gli equilibri da questa parte della Eastern Conference non sono particolarmente cambiati. Boston ha animato il mercato estivo, decidendo di abbandonare la compattezza di squadra conquistata negli anni con il grande lavoro di Brad Stevens, per puntare su due gioielli che (a loro avviso) non erano nelle vetrine giuste. Gli innesti di Irving ed Hayward sono ancora impossibili da valutare, ovviamente. La critica stessa si mantiene sul giudizio, esprimendone principalmente di carattere umorale: buona scelta perché  Thomas e Crowder non valgono i nuovi arrivi, cattiva scelta perché era stata costruito un affiatamento importante con IT a fare da leader. I bookmakers intanto danno per favorita ad Est proprio i Celtics, che però vantano soltanto il 12% di probabilità di vittoria dell’anello. Errore fatale interpretare tutto questo come una delegittimazione dei Cavaliers, che dispongono tuttora del giocatore più poliedrico e dominante della Lega: l’incognita, piuttosto, è legata tutta a come saranno vissuti i mesi senza Thomas.

Chi invece ha tutte le intenzioni di proseguire sulla stessa strada sono i Toronto Raptors, con tutti i lati positivi e negativi del caso. La squadra può disporre di tre giocatori importanti, quali Lowry, DeRozan e Ibaka confermati in blocco, ma al tempo stesso sembra che da questo gruppo il massimo che si possa ricavare, in un’aspettativa anche troppo rosea, sia una finale di conference. Insomma, l’ennesima stagione del “bene, ma non benissimo”.

Obiettivo playoff, invece, per i Philadelphia 76ers, attorno ai quali l’hype quest’anno è sempre troppo poco. Il mondo NBA non vede l’ora di conoscere Fultz e Simmons, e di vederli giocare insieme ad Embiid, Redick e Saric, con i veterani Johnson e Bayless in uscita dalla panchina. Le possibilità, non fosse altro per questa enorme quantità di talento, sono concrete per il settimo o l’ottavo posto. Veniamo, infine, alle due newyorkesi, la cui gestione degli ultimi anni meriterebbe opere scritte da Beckett e non le nostre poche righe.

I Knicks nella versione “Meloless” non sembrano comunque poter ambire ad un posto tra le prime otto dell’Est. Beasley, Kanter, Porzingis, Ntilikina rappresentano ancora qualcosa di embrionale, in un roster ancora pieno di lacune e poverissimo di ogni tipo di stabilità. Ma se Atene piange, Sparta non ride.

I Brooklyn Nets si sono privati della punta di diamante del proprio roster, per accogliere i reietti di casa Lakers. D’Angelo Russell è chiamato ad una stagione importante per imporsi come pietra angolare per la costruzione di una squadra negli anni a venire. E i dubbi in proposito, considerando anche quel poco che avrà attorno (Lin, Mozgov, Carroll), sono più che consistenti. Quindi, anche per loro i playoff sono assolutamente un miraggio.

CENTRAL DIVISION

di Gianluca Zippo

Nella passata stagione, la Central Division è risultata idealmente la Division più competitiva, avendo visto ben quattro squadre su cinque raggiungere i Playoff (con i Cavaliers giunti fino alle Finals), e con i soli Detroit Pistons a fallire l’obiettivo del 50% di vittorie. L’estate delle franchigie impegnate in questa parte della Eastern Conference è stata per lo meno agitata, assistendo a cambiamenti di non poco conto, che potrebbero aver alterato gli equilibri.

Partiamo dagli ovvi favoriti, ovvero i Cleveland Cavaliers. Dominatori di Division nell’ultimo triennio, LeBron e compagni sono reduci dalla cocente delusione delle ultime Finals, con i Warriors vittoriosi 1-4. La offseason della franchigia dell’Ohio è vissuta a lungo sul tormentone riguardante Kyrie Irving, che alla fine è stato lasciato andare ai Boston Celtics in cambio di Isaiah Thomas, Jae Crowder, Ante Zizic e due scelte al Draft. In più sono arrivati nomi pesanti (anche se sul viale del tramonto) come Derrick Rose e, da ultimo, Dwyane Wade, che si ricongiunge così al grande amico. LeBron James è il padrone assoluto, monolite incontrastato non solo di Cleveland, ma praticamente di tutta la Eastern Conference. Bisognerà capire però come si potranno integrare le novità attorno a lui. Thomas è un’incognita e resterà tale almeno fino a gennaio, mentre la panchina, in generale, sembra migliorata, con Crowder e Wade che potranno garantire punti, minuti e qualità. L’obiettivo, ovviamente, è l’anello, anche se stavolta la concorrenza di Boston è più concreta degli anni scorsi. E battere Golden State, al momento, sembra impresa quasi impossibile.

A seguire, ecco i solidi Milwaukee Bucks di coach Jason Kidd. Fermatisi al primo turno degli scorsi Playoff dopo aver totalizzato un record di 42-40, i Bucks si presentano ai nastri di partenza sostanzialmente invariati, con un roster giovanissimo, il ROTY 2017 Malcolm Brogdon e, soprattutto, il MIP 2017, Giannis Antetokounmpo. Il greco di origini nigeriane è il faro al quale si aggrappa tutta Milwaukee, nella speranza che gli infortuni lascino in pace giocatori importanti come Middleton e Parker. Da tenere d’occhio anche l’eventuale crescita di Thon Maker. Il maggior punto interrogativo è la panchina, che potrebbe pesare soprattutto in ottica postseason, obiettivo minimo dichiarato e centrabile.

Peggior squadra della Central lo scorso anno (37-45), i Detroit Pistons potrebbero essere una sorpresa quest’anno. Già titolari di ottime stats a livello difensivo, l’arrivo a Motor City di un certo Avery Bradley costituisce un ulteriore upgrade da tenere assolutamente in considerazione. L’altro lato della medaglia per Detroit è rappresentato dall’altra metà campo, un vero problema l’anno scorso (quartultimo attacco della NBA). E’ richiesto tutto un altro apporto al duo Jackson-Drummond, così come anche Tobias Harris dovrà fare il suo. Attenzione al rookie Luke Kennard, che promette scintille da oltre l’arco. Con il downgrade di Indiana e Chicago, raggiungere i Playoff per Detroit non dovrebbe essere impresa impossibile. Gli Indiana Pacers si preparano ad un’annata difficile, lontana con tutta probabilità dagli obiettivi delle scorse stagioni. L’evento clou dell’estate dalle parti di Indianapolis è stato sicuramente l’addio di Paul George, volato ad Oklahoma City in cambio di Victor Oladipo, Darren Collison e Domantas Sabonis, insieme di buoni/discreti giocatori, non adatti però a coprire il buco enorme lasciato dalla partenza del nativo di Palmdale, California. Anche Jeff Teague ha fatto le valigie, mentre in entrata si registra anche l’arrivo del croato Bogdan Bogdanovic. Con un Myles Turner ancora acerbo, parlare di Playoff è utopia, così come, al contrario, di tanking. La realtà dovrebbe essere un piazzamento senza infamia e senza lode.

Chiudiamo con i Chicago Bulls, altra franchigia uscita devastata dalla Offseason 2017. Inutile nasconderlo, a Windy City si parla già di rebuilding e, chissà, se la stagione dovesse mettersi in un certo modo anche di tanking. Con l’addio di Jimmy Butler, considerando il fallimento della coesistenza con Wade e Rondo (anche loro via da Chicago), la qualità su ambo i lati del parquet latita paurosamente. Dei nuovi arrivi, qualche speranza è da porre su Zach LaVine, una volta tornato dall’infortunio, e soprattutto sul finlandese Lauri Markkanen, mentre Kris Dunn dovrà riscattare un’annata da rookie orrenda.

SOUTHEAST DIVISION

di Gennaro Arpaia

Pronti ancora una volta a spiccare il volo definitivo. In transizione. Oppure in piena ricostruzione. In questa Southeast Division c’è proprio tutto e il suo contrario. La voglia di affermarsi dei Washington Wizards, ad esempio, c’è. E finalmente, diremmo noi. I ragazzini della Capitale tanto ragazzini non sono più, e in questa preseason sono partiti anche forte. Battere Cleveland, anche se in quella che è praticamente una amichevole con tante mancanze, non è roba da poco, ma soprattutto approcciare così ad una stagione importante come la prossima farà la differenza. Le parole che danno il senso del progetto WW sono quelle di John Wall, pronto ad essere definitivamente una stella della Lega e non solo più una promessa che vuole spiccare il volo ed assestarsi nel miglior firmamento. Con lui ad Est ci sono Irving e Thomas. Con lui, non davanti. Perché per JW sarà l’anno della verità in una squadra che sembra tutto tranne che irresistibile dietro il quintetto. Le certezze sono le solite e rispondono ai nomi di Beal e Gortat, con qualche nuovo innesto da valutare e molti elementi attesi ad un salto di qualità.

Ma gli occhi degli appassionati italiani non potranno non ricadere su Atlanta. Scordatevi gli Hawks di qualche anno fa, quelli capaci di mettersi dietro persino i Cavs di LeBron, perché la squadra ora in mano a coach Budenholzer è tutt’altro che una certezza. Anzi. Perso Millsap, il progetto è praticamente ripartito da zero ed è tutto nelle mani di Schroder: il playmaker tedesco è atteso al varco da tutti, detrattori e, soprattutto, sostenitori, che vogliono capire se hanno scommesso sul cavallo giusto. Bazemore sarà il valore aggiunto, Ilyasova l’elemento chiamato a fare la differenza sotto canestro visto che alle spalle c’è il solo Miles Plumlee. Che ruolo avrà il ‘nostro’ Belinelli? Ce lo chiediamo tutti e, a parer del sottoscritto, non ci metterà molto a togliersi i gradi di sesto uomo in un sistema che ricorda vagamente quello degli Spurs da lui già conosciuto. Tanta curiosità per l’impatto di Dedmon (e del suo biennale da 14 milioni).

Cosa cambierà in Florida? Niente, probabilmente. Più per i Magic che per gli Heat. Il progetto di Spoelstra era quantomeno confermare un blocco principale del roster e ci sono riusciti: Dragic, in più, arriva da un superbo Europeo e adesso nessuno potrà dire di lui che non è tra i migliori interpreti del ruolo nell’intera Lega. Tanking spietato per arrivare più facilmente al prossimo anno in vista del connazionale Luka Doncic? Non esageriamo. Perché oltre lo sloveno ci si può ancora affidare a Winslow, Whiteside, Waiters, rimasto proprio in maglia Heat. Unico appunto: Adebayo era uno dei nomi meno convincenti nella Top15 dell’ultimo Draft, ma quest’estate poi non è andato così male. Strada simile per Orlando: l’intenzione è proseguire la via intrapresa un anno fa, magari sperando nella crescita di diversi singoli. Gordon su tutti, Hezonja subito dietro, Payton per chiudere il cerchio. Il roster non è dei peggiori, ma quanto visto lo scorso anno non è piaciuto a nessuno. Curiosità per vedere all’opera Isaac: essere sesta scelta all’ultimo Draft significa essere primo tra i “normali”. In Florida ha tutto lo spazio per emergere con Vogel alla guida.

Per ultimi gli Hornets di Charlotte. Dando per scontato il rientro veloce di Batum dall’infermeria, il roster è rimasto pressoché simile ad un anno fa, con la sola aggiunta di Howard. Ma considerando quanto lasciato ad Atlanta, forse non è stato un vero e proprio affare. Ce lo dirà il parquet, così come ci dirà se la franchigia in mano a MJ saprà distinguersi da tutte le altre non solo per il logo portato sulle nuove divise da gioco. Il backcourt con la guida di Walker lascia ben sperare, così come regala buone sensazioni Malik Monk: il prodotto di Kentucky ha tutto per mettersi in mostra nel North Carolina. Se Cliff lo vorrà…

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