Elogio del Trash Talking

Il dialogo è la migliore forma di comunicazione possibile tra gli esseri umani. Nonché lo strumento prediletto da Platone per divulgare le teorie che avrebbero poi costituito la base dell’intero pensiero filosofico occidentale. Con un discreto successo di pubblico, qualche secolo dopo, anche al di là dell’Atlantico.

E’ evidente che Kevin Garnett sia uno degli ultimi platonici esistenti sul pianeta, visto che anche lui predilige, come il grande padre fondatore della filosofia moderna, il dialogo come forma di confronto. Nella versione, riveduta e corretta, del Trash Talking. Ovvero la sublime arte del condizionamento psicologico dell’avversario, urlandogli contro qualcosa che non troverete esattamente nella Bibbia o in altri testi sacri.

Ogni grande giocatore Nba deve averne in faretra una buona dose. E’ un elemento fondamentale, una conditio sine qua non necessaria per competere sera si sera no nella lega più testosteronica del globo. Entrare nella mente di chi ti sta marcando, insinuargli il dubbio di non essere adeguato, di non essere pronto a ciò che gli stai per fare, vale come e più di un palleggio arresto e tiro ben eseguito, o di uno scivolamento difensivo effettuato nei tempi previsti.

Nel caso di specie, Julius Randle ha ricevuto da KG il ‘benvenuto ufficiale’ nella Nba. Cavandosela anche discretamente bene al cospetto di uno dei massimi esponenti del settore, non certamente nuovo a provocazioni pesanti (chiedere, per esempio, a Josè Calderon). Qualche volta anche troppo, passando di molto il limite allorquando definì Charlie Villanueva “un malato di cancro” salvo poi ritrattare democristianamente (“Intendevo dire che è un cancro per la sua squadra”) una volta che gli fu fatto notare che, forse, si era un tantino esagerato.

Tra i cattedratici dell materia c’è il buon vecchio Kobe Bryant che, quando si tratta di Trash Talking non fa prigionieri. Compagni (Rick Fox si è preso i peggiori insulti in carriera proprio durante gli allenamenti con il 24 fu 8) o avversari poco importa, ribadire la propria superiorità sul resto del mondo è l’unica cosa che conta. Leggendario il suo scambio di vedute con Iverson nel corso di gara 2 delle Finals 2001, uscendo da un timeout, con Derek Fisher a far da paciere non troppo convinto.

Che va sotto, ma di poco, al “Io non sono abbastanza bravo per te? E chi sei un comico?” rivolto a un Ron Artest, all’interno dell’ennesimo capitolo dell’Artestiade in quel di Houston.

Anche qui il ‘Black Mamba’ ha subito fortemente l’influenza di Michael Jordan, che sovente, accanto alle consuete dimostrazioni di onnipotenza offensiva, faceva sfoggio della sua arte oratoria nei confronti di chi aveva l’ingrato compito di provare a limitarlo. Senza, però, scadere sempre nel triviale. A volte bastava il linguaggio del corpo, altre, invece, qualche parolina accompagnata a un sorrisetto beffardo (e ad un libero tirato ad occhi chiusi) detta a chi di dovere.

Di Reggie Miller e dei suoi duelli a distanza con Spike Lee al Madison Square Garden abbiamo già detto in altra sede. E, come se il 31 non fosse dotato già di suo, l’avere a disposizione per tre anni un coach come Larry Bird da cui prendere appunti deve averlo aiutato il giusto. Il miglior professore privato da cui prendere ‘ripetizioni’. Di ‘Larry Legend’ si sa benissimo dell’ “Ok, io sono qui. Chi tra voi pagliacci arriva secondo?” precedente alla Three Point Contest dell’86 (il primo dei tre vinti), e dell’altrettanto celebre “Merry Fuckin’ Christmas” rivolto a Chuck Person dopo un canestro nella partita di Natale; meno, forse, del suo duello con Xavier McDaniel durante una gara tra Celtics e Sonics:

“Manca poco e voglio vincere la partita. Quindi sai che farò adesso? Prendo palla in questo punto esatto e ti sparo un bel tiro in faccia, segno e vinco il match…”

“Lo so, infatti ti sto aspettando proprio qui…”

“Scusa, ci ho messo un troppo. Ma, sai cosa? Non mi andava di lasciare un paio di secondi sul cronometro…”.

Impossibile fare meglio. Anzi, no. Perché doveva ancora entrare in azione il primus inter pares. Colui che ha portato il Trash Talking a un nuovo standard dell’eccellenza. L’uomo che ha fatto del fallo tecnico e della protesta arbitrale due fondamentali d’esistenza. “Ladies and gentlemen, with the number 30, from the University of North Carolina, power forward, Rasheeeeeeeeeeeed Wallaaaaaaaaaaaaaaaaaceeeeeee!”:

Non servono parole. Perché solo uno come Sheed poteva far diventare di uso comune un’espressione simile. “Ball don’t lie” non è solo un modo inimitato e inimitabile di intimorire arbirtri e avversari. E’ il manifesto della visione del mondo di questi uomini. L’unica possibile: che prevede la sopraffazione, la sopravvivenza, il far valere la legge del più forte, il dimostrare di essere il più duro dei duri.

Con i fatti e, spesso, anche a parole. Lunga vita al Trash Talking!

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.