Kobe Bryant e i segni del tempo: il triste viale del tramonto del 'Black Mamba'

“Anche se avessi segnato 80 punti non sarebbe cambiato niente”. Gia, forse no. Così come, forse, non è un caso che Kobe Bryant abbia fatto riferimento alla sua più grande prestazione individuale di sempre al termine della sua peggiore partita di sempre: 4 punti in 25 minuti di gioco, 1/14 dal campo, 1/2 ai liberi. Un unicum negativo in gare in cui il (fu) ‘Black Mamba’ ha messo a referto almeno un tiro. Tacendo, per carità di patria, di un paio di airball indecorosi, gli stessi che il 24 fu 8 rimproverò al Marco Belinelli uscito vittorioso dalla gara del tiro da tre all’All Star Game del 2014.

E se è vero, come è vero, che questi Golden State Warriors sono ingiocabili per chiunque (e, quindi, figuriamoci per dei Lakers allo sbaraglio) non si può non fare riferimento a questo 77-111 dell’Oracle Arena come cartina di tornasole del declino fisico e tecnico di un giocatore meraviglioso che,però, continua imperterrito a sfidare il tempo che passa. Una testardaggine che va contro il buonsenso: lo stesso che avrebbe dovuto suggerirgli di ridimensionare il suo gioco dopo i due gravi infortuni in serie delle ultime due stagioni e, soprattutto, di non forzare un rinnovo monstre che ha, di fatto, impedito la ricostruzione gialloviola negli anni a venire.

Ma, in fondo, se così fosse stato non sarebbe (stato) Kobe Bryant. Uno che ha costruito la propria leggenda proprio su quella testardaggine: che si è poi tradotta in un’ossessiva etica del lavoro, in una feroce voglia di vincere, in una spasmodica voglia di superare i limiti. Anche oltre la normale ragionevolezza.

Un tempo gli sarebbe bastato rivolgersi a Tim Grover per mettere a posto quei saltuari ‘scricchiolii’ di un fisico messo a dura prova da anni e anni di competizione ad alto, altissimo livello. Oggi, più che di un preparatore, avrebbe bisogno di un consigliere fidato, di un amico, del Derek Fisher di turno, che gli si sieda accanto e che gli spieghi che se ultimo giro di giostra deve essere non deve essere così. E se Byron Scott gli ha davvero concesso così tanta (troppa) libertà nello gestire minuti e presenze, allora che sia Bryant stesso a fare un passo indietro e farsi da parte. Priilegiando minuti di qualità alla quantità, giocando ancor meno di quanto giochi adesso, ma facendolo alla Bryant. Sfruttando al meglio le poche stille di energia che gli sono rimaste e che sta, generosamente, spendendo in maniera errata.

Perché c’è modo e modo di percorrere il viale del tramonto. E questo non è certo il modo che ci si aspetta da uno come Kobe Bryant.

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.