L'EDITORIALE - Cosa resterà di Russell Westbrook

Nei prossimi giorni leggerete ovunque analisi dettagliate sull’incredibile stagione, in tripla doppia di media, di Russell Westbrook. Non qui, non ora almeno. Perché c’è un tempo per tutto, compreso quello per la celebrazione statistica dell’uomo che ha (ri)scritto la storia Nba attraverso il raggiungimento (e/o il superamento, se ci si riferisce al numero di triple doppie realizzate in una singola annata) di uno di quei record che sembravano invalicabili. Tanto più nel basket del 2017, con un deciso livellamento verso l’alto del valore dei singoli giocatori. E, invece, eccoci qui, di nuovo all witnesses: come per il 2014 degli Spurs, il 73-9 dei Warriors, i 60 al passo d’addio di Bryant, il 4-3 in rimonta dei Cavs alle ultime Finals.

Con Westbrook, però, siamo di fronte a qualcosa di diverso, di molto più relativo, di molto più interpretabile. Non si discute il valore del giocatore (e ci mancherebbe, indipendentemente dal giudizio personale di ciascuno), né la portata dell’impresa (qualcosa oltre i limiti del surreale), né tantomeno l’impatto che questa potrà avere per le prossime generazioni di atleti Nba; così come non è nostra intenzione addentrarci in quello che sarà il dibattito su chi, tra lui e Harden, meriti l’MVP. Si tratta, invece, di capire se e come cambia la percezione del gioco ogni volta che qualcuno lo cambia entrando prepotentemente dalla porta principale. Da questo punto di vista, quindi, possiamo dire che la pallacanestro Nba cambierà per sempre a partire dal 7 aprile 2017, giorno in cui Russell Westbrook ha fatto quello che, negli ultimi 55 anni, era riuscito solo a Oscar Robertson? Ad avviso di chi scrive, no. Ad essere cambiato è “solo” (mille e una virgolette) il dato numerico, che racconta di uno che ha realizzato quasi due punti in più di media rispetto a “The Big O.” (31.7 vs 30.8) giocando dieci minuti in meno (34.7 vs 44.3), in un basket molto più fisico, veloce ed atletico rispetto al passato,  in cui o spingi sempre al massimo oppure certi numeri non li puoi fare mai e poi mai anche se madre natura ti ha stradotato da ogni punto di vista. Non sarà certo una linea statistica, per quanto irripetuta e irripetibile, ad aggiungere o togliere qualcosa a ciò che il figlio prediletto di Long Beach è e probabilmente sarà da qui in avanti: ovvero un perfetto figlio dei suoi tempi, primus inter pares di una pallacanestro in cui le combo guards (lui, Lillard, Curry) e gli all around players alla LeBron James (o Kawhi Leonard) dominano a piacimento vista la piega evolutiva presa dal gioco stesso a partire dalla fine degli anni ’90.

Attenzione, però. In questa sede, giova ripeterlo perché non si sa mai, non si vuole assolutamente sminuire quello che ha fatto la stella dei Thunder (come fa, ad esempio, qualche critico ad oltranza che parla di record “facilitato” dai circa 8.6 rimbalzi non contestati a partite e catturati dal nostro: dato, tra l’altro, che si pone perfettamente in linea con quello di altre star come James o Harden); si vuole, semplicemente, sottolineare come nella pallacanestro Nba del XXI secolo fosse solo una questione di tempo. Westbrook non ha (ancora) cambiato il basket, Westbrook ha sfruttato al meglio un cambiamento a lui precedente mettendoci tanto del suo ed alzando di molto l’asticella delle aspettative per lui e per quelli come lui. E ci vuole talento, voglia, rabbia, spirito di sacrificio e tutto quello che vi pare anche per fare tutto ciò, senza per questo considerarla una deminutio.

Adesso il pericolo è, similmente a quanto accaduto per Curry nel passaggio dalla scorsa stagione a questa, aspettarsi il mantenimento di un simile standard di eccellenza assoluta e orientare il proprio giudizio in base ai numeri (che, tanto per darvi un’idea, dicono che il numero 0 è 50.5 per quel che riguarda le realizzazioni in clutch time: Jordan, al suo meglio nei playoff, non è andato oltre il 40). Westbrook sarà Westbrook, con tutti i suoi pregi e difetti, anche quando non potrà fare 40 e più triple doppie in una singola annata, così come è probabile che possa arrivare al successo nel momento in cui le sue statistiche diminuiranno sensibilmente a vantaggio di quelle di squadra. Non si dovrà, però, parlare di un giocatore migliore o peggiore solo e soltanto per quello; lo si dovrà fare soltanto in relazione a quanto e come sarà riuscito ad adattarsi ai futuri cambiamenti del gioco, mantenendo inalterata la sua capacità di fare la differenza in un contesto  in continua evoluzione. E, per forza di cose, sarà un qualcosa di cui ci renderemo conto solo con il passare del tempo. Tripla doppia di media o meno.

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.