NBA AWARDS 2017 - I premiati di NBA24

Nella notte tra oggi e domani, per la prima volta gli NBA Awards verranno assegnati nel corso di un’apposita cerimonia e non svelati durante i Playoff. In conduzione, ci sarà Drake, il rapper canadese tifoso dei Raptors e amico della Lega. Per ogni riconoscimento, sono stati indicati tre candidati che si contenderanno il premio: le firme di NBA24 hanno scelto il proprio favorito, con l’annessa motivazione.

 

MOST VALUABLE PLAYER – James Harden
di Claudio Pellecchia (@clape87)

Se il “valuable” all’interno dell’acronimo MVP ha ancora un valore nell’assegnazione del premio, allora dovrebbero esserci ben pochi dubbi sul fatto che James Harden sia il miglior giocatore della regular season 2016/2017. Tripla doppia di media di Russell Westbrook a parte (ne avevamo già scritto qui: e comunque bisognerebbe mettersi d’accordo su quanto incidano record e stats personali in un premio che va a chi riesce a far fare ad una squadra un salto di qualità nell’arco della singola stagione, altrimenti il Bryant 2005/2006 a oltre 35 di media andrebbe risarcito) nessuno come “Il Barba” è riuscito ad avere un impatto tanto significativo. E non è solo una questione di numeri (29.1 punti, 8.1 rimbalzi, 11.2 assist e 1.5 recuperi a gara): messo finalmente al centro di un progetto tecnico ben delineato, il #13 ha trovato la dimensione ideale in cui esprimere la sua pallacanestro, con Mike D’Antoni abile a canalizzare le sue grandi qualità di read and react di ogni singola situazione di gioco, all’interno di un sistema codificato ed esaltato dalle qualità di uno dei migliori giocatori dell’intera Nba. E per cogliere la portata del cambiamento tra i vecchi Rockets e i nuovi Rockets, tra il vecchio Harden e il nuovo Harden, basta guardare cosa erano entrambi 12 mesi fa e cosa sono adesso, con le prospettive a medio lungo termine (soprattutto se i vari Gordon, Beverley e Williams manterranno certi standard di rendimento) completamente ribaltate. E tutto grazie ad un allenatore che ha (ri)modulato il suo playbook sulle caratteristiche del miglior singolo a disposizione, permettendogli di disputare la miglior stagione della carriera. Stagione che merita il giusto riconoscimento.


ROOKIE OF THE YEAR – Joel “The Process” Embiid

di Gennaro Arpaia (@gennarojenius9)

Basterebbe il soprannome a regalargli il premio finale, ma in realtà dietro quel fare spavaldo da sbruffone di periferia c’è molto altro. Se Philadelphia è tornata a divertirsi (anche) su un campo da basket, gran parte del merito va a Joel Embiid, ragazzetto del 1994 nato in Camerun ma americano ormai d’adozione. Gli sono bastati pochi mesi per prendersi la scena, ma dopo mesi e mesi passati tra stanze d’ospedale e palestre a recuperare dagli infortuni, finalmente è arrivato il suo momento. La stagione 2016/17 è stata la sua prima vera da giocatore NBA e l’impatto avuto sulla città dell’amore fraterno ha ricordato quello che Allen Iverson ebbe nella stessa zona con vent’anni d’anticipo. Ha chiuso con 20.2 punti e 7.8 rimbalzi di media. Il tutto nelle sole 31 gare disputate (tutte in quintetto) a causa gli ennesimi problemi fisici. A contendergli il premio uno di quei compagni con cui ha condiviso lo spogliatoio: il croato Dario Saric è un’altra lieta nota dell’orchestra Sixers. 81 gare disputate, 12.8 punti di media e l’impatto con la NBA che non ha spaventato nessuno, se non i suoi avversari. L’ex Anadolu Efes quasi sicuramente guarderà il compagno vincere, ma chi non è abituato a stare a guardare è Malcolm Brogdon: il prodotto di Virginia è stato a Milwaukee la nota più lieta dopo Giannis. 10.2 punti di media e 4.2 assist uscendo quasi sempre dalla panchina e con un impatto fortissimo. Basterà per il premio di Rookie dell’anno? Forse no, perché “The Process” Embiid è ormai in una fase cruciale. Ma abbiamo assistito al primo anno di tre ragazzi che ci faranno divertire. Joel un pochino in più: perché salta sugli avversari con la stessa facilità con cui invita a cena Rihanna via Twitter. Genio.

 

SIXTH MAN OF THE YEAR – Lou Williams
di Salvatore Malfitano (@MalfiToto)

La corsa a tre per il riconoscimento di miglior sesto uomo della regular season vede protagonisti ben due giocatori degli Houston Rockets, Gordon e Williams, e Andre Iguodala. Per questioni numeriche, l’ala dei Golden State Warriors ha scarse probabilità di potersi aggiudicare l’ambito riconoscimento: troppo pochi 7.6 punti di media durante l’anno, a fronte dei 16.2 di Gordon e dei 17.5 di Williams. Nel caso dei due giocatori di Houston, le cifre sono molto simili, anche e specialmente nel tiro da tre punti, specialità della casa (rispettivamente 37,2% e 36,5%) elevata dal sistema voluto da Morey e perfezionato da Mike D’Antoni. Tuttavia Williams, che ha cominciato la stagione ai Lakers, può contare su diversi elementi a proprio favore, che lo rendono favorito: a Los Angeles era il miglior marcatore della squadra partendo dalla panchina finché è stato in gialloviola, ai Rockets è diventato il secondo solo perché dinnanzi a sé c’è James Harden. Il che non equivale proprio ad una nota di demerito. Ed è qui probabilmente che si concretizza il suo vantaggio sul compagno di squadra. La sua affidabilità, come anche quella di Gordon, sono state chiavi fondamentali per il grande percorso fatto dai texani in regular season, per quanto le ambizioni di titolo restino ancora lontane, ma non eccessivamente. Specialmente se la panchina è composta da giocatori di questo spessore.

 

COACH OF THE YEAR – Mike D’antoni
di Vincenzo Florio (@vflorio17)

Doveva essere la stagione della rinascita e così è stato, sia per Mike D’Antoni che per i suoi Houston Rockets. Il coach, al massimo della popolarità nelle esperienze con Suns e Knicks per poi dover affrontare il fallimento californiano con i Lakers, aveva urgente bisogno di riscattarsi ai massimi livelli e soprattutto di reinventare un tipo di gioco come il suo tanto rivoluzionario anni fa quanto ai limiti dell’obsoleto oggi. La scommessa, fatta sul suo lavoro quindi e su di un team inizialmente ritenuto in lotta per un posto ai playoff dagli esperti del settore, è stata vinta attraverso la scelta, concordata con il GM Morey, di sviluppare un gioco offensivo estremamente centralizzato sugli attacchi dal perimetro. Sotto la sua guida hanno trovato consacrazione cestisti dall’ottimo potenziale mai completamente espresso e che si sono imposti tra i migliori interpreti della lega, come gli ex Pelicans Gordon e Anderson, e in egual modo Beverley ed Ariza, simboli degli ultimi anni dei Rockets e di quanto sia stato esponenziale il miglioramento durante tutta la stagione. La creatura che però meglio rappresenta il lavoro di D’Antoni in Texas è il leader della franchigia James Harden, diventato un giocatore radicalmente diverso e molto più efficace in pochissimo tempo, ad un passo dall’essere eletto MVP (Westbrook permettendo). Uno dei premi probabilmente più indirizzati della serata quello del miglior coach, considerato il deficit che pesa sul magnifico lavoro di Spoelstra e rappresentato dalla mancata qualificazione ai playoff, oltre che alle numerose affermazioni nel recente passato di Popovich, arrivato sì un passo davanti a D’Antoni in regular season ed ai playoff, ma con un roster più consolidato negli anni e con l’obiettivo di arrivare fino in fondo ai nastri di partenza.

 

MOST IMPROVED PLAYER OF THE YEAR – Giannis Antetokounmpo
di Alessandro Pagano (@AlePagano9)

I finalisti del Kia Most Improved Player sono Giannis Antetokounmpo, Rudy Gobert e Nikola Jokic. Scegliere il giocatore “più migliorato” all’interno di una lunga e complessa stagione NBA non è facile perché molti altri – oltre i finalisti – potrebbero argomentare validamente la loro candidatura. Proviamo a procedere partendo dal gradino più basso del podio. La medaglia di bronzo la assegniamo a Rudy Gobert: il francese è stato spesso la wild card dei Jazz in termini di “finish at the rim” e “protect the rim” e merita di “giocarsi” questa finale a tutti gli effetti. Il gracile spilungone da Saint-Quentin si è letteralmente trasformato durante la scorsa estate irrobustendosi e prendendo consapevolezza nei suoi mezzi. Nella stagione 15-16 garantiva quasi una doppia doppia di media (9.1 + 11), mentre in questa stagione i suoi numeri solidissimi (14 + 12.8) lo hanno reso un pilastro dei Jazz. Del resto, se Utah passa 40-42 a 51-31 (+playoff) nel giro di un anno, il merito passa anche per le braccia enormi di Gobzilla. Il nostro argento va a Nikola Jokic, senza mezzi termini un giocatore che dal nulla ci ha fatto urlare più degli altri. Al di là dei numeri, al di là delle triple doppie messe a segno, al di là del miglioramento statistico in sé, l’approccio alle gare di The Joker è il plus che lo mette sul secondo gradino del podio. Le invenzioni dal palleggio, la morbidezza delle mani sono aspetti rari da trovare in un sophomore. Chi, al secondo anno, può darti 16+ punti, quasi 10 rimbalzi e quasi 5 assist ogni sera? Solo un giocatore dal talento sconfinato. Il nostro vincitore romantico è il difficilmente definibile lungo dei Denver Nuggets! Potrebbe essere scontato ma non c’è nulla nella NBA che incarni il MIP più di Γιάννης Αντετοκούνμπο o, se preferite, Giannis Antetokounmpo. Stavolta vale la pena sviolinare due numeri, perché il miglioramento di un classe ’96 che migliora in TUTTE le caselle statistiche principali non lo si trova tutti i giorni. Nella stagione 2015-16 viaggiava a: 16.9 punti, 7.7 rimbalzi, 4.3 assist in 35.3 minuti di gioco (80 partite giocate), tirando con il 50.6% dal campo, il 53.7% da 2, il 25.7% da 3, guadagnandosi 5.1 liberi a gara e tirandoli con il 72.4%, chiudendo il tutto con 1.4 stoppate, 1.2 palle rubate. 2.6 palle perse e il 52% di efficienza dal campo. Nella stagione 2016-17, Giannis ha viaggiato a: 22.9 punti, 8.8 rimbalzi, 5.4 assist in 35.6 minuti (80 partite), tirando con il 52.1% dal campo, il 56.3% da 2, 27.2% da 3, guadagnandosi 7.7 tiri liberi a gara e tirandoli con il 77%, chiudendo il tutto con 1.9 stoppate, 1.6 palle recuperate, 2.9 palle perse e il 54.1% di efficienza dal campo. Possono esistere riscontri statistici migliori di questi?

 

DEFENSIVE PLAYER OF THE YEAR – Draymond Green
di Gianluca Zippo (@GianlucaZippo)

Il Defensive Player of the Year è uno dei premi individuali più ambiti del panorama NBA. Quest’anno, a contendersi il riconoscimento troviamo due grandissimi protagonisti della Lega come Draymond Green e Kawhi Leonard e un francesone che si sta ritagliando sempre più spazio nei pitturati degli States, ovvero Rudy Gobert. Un trio d’alta qualità, dal quale dovrebbe emergere il nativo di Saginaw, Michigan.
Inutile girarci attorno, Green è la vera anima, il cuore pulsante dei Golden State Warriors, freschi Campioni NBA 2017. Con la sua personalità strabordante, The Dancing Bear è l’elemento chiave della macchina da guerra costruita da Steve Kerr e dal suo staff, cartina di tornasole dell’atteggiamento dei Warriors. Decisivo in entrambe le fasi di gioco, Green ancora una volta si è dimostrato eccelso nella metà campo difensiva, contribuendo dalla base alle famose fiammate dei Figli della Baia, capaci di spazzare via chiunque. Il #23 ha portato a casa una media di 10.2 punti, 7.9 rimbalzi, 7.0 assist, 2.0 palloni recuperati e 1.4 stoppate ad allacciata di scarpe, con 32.5 minuti di utilizzo.
Kawhi Leonard, da parte sua, è il detentore del riconoscimento da due anni a questa parte. La stella degli Spurs ha subito un’evoluzione che ne ha affinato le sue qualità da arma offensiva pressochè totale. Ma le enormi doti difensive sono rimaste praticamente intatte, rendendolo il miglior difensore perimetrale in circolazione. Questa la sua stagione in cifre: 25.5 punti, 5.8 rimbalzi, 3.5 assist e 1.8 palloni recuperati, con 33.4 minuti di media e 74 presenze, ovviamente tutte in quintetto.
Concludiamo con il centro degli Utah Jazz: classe ’92, dalla Francia con furore, Gobert è sempre più un punto fermo della squadra di coach Snyder. I suoi miglioramenti anno dopo anno lo hanno fatto entrare nella ristretta cerchia dei migliori centri della Lega. Re delle stoppate (2.6), il nativo di Saint-Quentin si è imposto come uno dei migliori rim-protectors della NBA, portando a casa una splendida doppia-doppia di media, con 14.0 punti e 12.8 rimbalzi ad allacciata di scarpe.

 

 

 

 

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