Olajuwon: "I miei Rockets sono da titolo"

foto da: www.zimbio.com
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In una lunga intervista riportata dalla ‘Gazzetta dello Sport’ Hakeem Olajuwon ha parlato di tutto. Delle prospettive da titolo dei “suoi” Rockets e dei ricordi di quando dominava sul parquet con il suo inimitabile “Dream Shake”.

Si parte proprio da Houston e delle sue ambizioni da contender: “Hanno legittime chance di vincere il titolo, non vedo nessuno in grado di batterli in una serie al meglio delle sette partite. Sono una squadra equilibrata: hanno un grande frontcourt con Howard, un grande backcourt con Harden, un’ottima panchina e un ottimo coach. Ora per loro si tratta solo di prepararsi mentalmente alla battaglia”. Un incitamento particolare per Howard, che ha preso il suo posto nel cuore del pitturato: “Può fare molto di più:  è incredibilmente atletico, ha un gran fisico, tutto quello che fa gli viene naturale. Ma può salire ancora di livello: lo vedrete nei playoff. E’ sicuramente il più simile a me tra i lunghi di oggi”.

Lunghi che, però, oggi hanno caratteristiche molto diverse rispetto ai tempi di “The Dream”: “In Nba non ci sono più veri centri dominanti. Adesso ci sono giocatori bravi nel post: non si basano sul loro fisico e non sfruttano abbastanza, ne sono sfruttati dalle loro squadre, per quello che potrebbero dare giocando in post. E’ completamente cambiato il modo di giocare, non si sfrutta più quel tipo di gioco. Manca un po’ di presenza sotto canestro”. E tra gli avversari di allora, quali ricorda come i più difficili da affrontare?: “Shaquille O’Neal, Patrick Ewing e David Robinson. Con ognuno di loro non era una semplice partita, ma una guerra. Con Shaq era questione di fisico e potenza. Robinson aveva tantissime qualità, era molto lungo ed era mancino. Ewing era forte e molto fisico”.

Recentemente Dirk Nowitzki gli ha scippato il titolo di giocatore non americano con più punti nella Nba. Il nigeriano non sembra contrariato, ma ci tiene a precisare alcune cose: “Mi ricordo com’era all’inizio della sua carriera: quello che è riuscito a fare è incredibile, è rimasto ad alti livelli per tanti anni e credo che possa giocare bene ancora per qualche stagione. Ma penso che quando si valuta un record non si debba limitarsi solo ai punti, ma guardare anche ad altri aspetti del gioco come rimbalzi, stoppate eccetera. Non lo dico per sminuirlo, ma per far capire a tutti l’importanza di un gioco completo”.

Infine un accenno alla sua africa e a come siano cambiate le prospettive per i giocatori che arrivano da quel continente. Proprio grazie alla sua esperienza in Nba: “Ho avuto l’onore non solo di essere il primo africano a far bene in Nba, ma anche a far sapere agli altri che giocare in America era possibile. Quando ho cominciato la massima aspirazione per un giocatore africano era fare il professionista in Francia. Io ho mostrato a tutti che invece l’Nba era possibile. Adesso è più facile per un africano arrivare negli Usa, anche perché l’Nba è molto presente nel continente con camp, scuole e altro”. Un esempio per tutti Giannis Antetokounmpo, greco di passaporto ma nigeriano d’origine. L’investitura è di quelle importanti: “Gli ho fatto i complimenti perché ha tanto talento, ma gli ho detto anche che deve migliorare dal punto di vista fisico per passare al livello successivo. Il potenziale ce l’ha, ora viene la parte più difficile”.

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.