Pino Corvo: "Io, campione del Mondo in casa dei maestri americani"

La firma in calce all’ennesimo trionfo internazionale degli ‘azzurroni’ è la sua. E non poteva essere altrimenti. Giuseppe ‘Pino’ Corvo, 46 anni, gli ultimi 30 passati su un parquet, è stato l’assoluto protagonista dei mondiali di maxibasket disputati a Orlando in Florida: titolo di MVP e miglior realizzatore dell’Italia Over 45 laureatasi campione del Mondo, con la chicca dei 20 punti in semifinale contro gli Stati Uniti (cui vanno ad aggiungersi i 26 rifilati in finale alla Russia ndr), schiantati con un netto 115-81.

E’ solo l’ultimo capitolo di una storia cominciata nel 1987. Ovunque sia andato ha lasciato soltanto ottimi ricordi: Battipaglia, Napoli, Scafati, Trieste sono solo alcune delle tappe di una carriera che lo ha visto primeggiare dentro e fuori dal campo, il grande professionista prima ancora del grande giocatore, con traguardi importanti raggiunti grazie all’umiltà, al duro lavoro e al sacrificio.

E, adesso che il peso degli anni comincia a farsi sentire, una nuova sfida. Non più con le

scarpette ma in giacca e cravatta, come nuovo direttore sportivo della Cilento Basket Agropoli. Società ambiziosa, proprio come lui. Campione del Mondo alla soglia dei cinquanta.

Com’è stato andare a vincere il titolo in casa dei maestri americani?

E’ stata un’esperienza bellissima. Certo con la Nazionale Over 45 veniamo da otto anni di successi e non è stato il nostro primo trionfo. Ma farlo qui, in America, con un’organizzazione di altissimo livello e una cultura cestistica senza eguali, ha avuto tutto un altro sapore. Ed essere stato il miglior realizzatore della mia squadra ha aggiunto quel qualcosa in più.

Che tipo di avversari vi siete ritrovati ad affrontare?

Al di là dell’ampio margine con cui abbiamo vinto quasi ogni partita, il tasso tecnico era molto elevato. Ma noi abbiamo potuto contare su una maggiore resistenza fisica che, alla lunga, ha fatto la differenza. Del resto in Italia le minors consentono di giocare fino in tarda età: quindi anche avversari maggiormente dotati dal punto di vista della tecnica si sono ritrovati a dover a fare i conti con la nostra freschezza altetica.  Possiamo dire che questa longevità è stata il segreto del nostro successo.

Come dimostra la grandissima vittoria in semifinale contro gli Stati Uniti…

Infatti. Loro potevano contare sull’apporto di due grandi ex Nba come Rod Strickland (ex, tra gli altri, di Knicks, Spurs, Blazers e Rockets ndr) e Dale Davis (dieci anni ai Pacers e poi Blazers, Warriors e Pistons), più qualche altro elemento che aveva ben figurato in Europa. Ma, alla lunga, la nostra maggiore esperienza e resistenza è venuta fuori. C’è da dire, comunque, che per come è strutturato il sistema delle minors negli Usa, con una serie pressoché infinita di leghe di sviluppo, risulta molto difficile fare un paragone vero e proprio.

Ora, però, è il momento di saltare dall’altra parte della barricata. Com’è stato il passaggio dal campo alla scrivania? 

Dopo trent’anni di basket giocato non è certo una situazione facile. Non mi sono mai visto come allenatore, mentre un ruolo dirigenziale, all’interno di un certo organigramma societario, mi aveva sempre interessato. Poi è arrivato Ciro Ruggiero, presidente della Cilento Basket Agropoli, che mi ha proposto questa nuova avventura. E io ho accettato subito perché in lui ho visto la stessa passione e la stessa voglia di far bene che avevo io.

Un progetto che si basa sulla crescita dei giovani…    

Esattamente. Oltre ai senior, impegnati nella serie C silver, e con i quali puntiamo a raggiungere la serie B nel giro di qualche anno, abbiamo voluto investire nell’Under 20 che parteciperà al campionato Dng di categoria (unica squadra campana a farlo, ndr). Sono una decina di ragazzi, nati il ’96 e il ’99, che costituiranno l’asse portante della squadra del futuro. Vogliamo fare in modo che, in un prossimo futuro, siano questi giovani a giocare un campionato nazionale con i nostri colori. E, anche per questo, abbiamo ingaggiato come allenatore della prima squadra uno come Orlando Menduto, tecnico abituato a lavorare bene con i ragazzi.

Che siano proprio i vivai la chiave per rilanciare un movimento cestistico in crisi come quello italiano?

Non ho alcun dubbio. Purtroppo, però, in giro non vedo segnali che puntino in quella direzione. Il problema del basket italiano, condizionato anche dai regolamenti, è proprio la scarsa formazione dei nostri giocatori. Si preferisce cercare l’atleta fatto e finito piuttosto che investire tempo e pazienza nella crescita di un giovane, per quanto promettente esso sia. E già il fatto che, proprio per quanto riguarda l’Under 20, siano appena 34 le squadre partecipanti al campionato di categoria senza che nessuna società di serie A abbia una propria formazione giovanile a rappresentarla, la dice lunga su quanta strada ci sia ancora da fare. Qui ad Agropoli l’abbiamo intrapresa, speriamo che anche altri ci seguano.

A proposito del futuro del basket italiano, manca poco all’inizio degli Europei. Come vedi la Nazionale di Pianigiani?

Innanzitutto spero che questa squadra avverta intorno a sé il calore di tanti tifosi, perché ne ha davvero bisogno. Tutti noi dobbiamo essere al fianco della Nazionale. Dal punto di vista tecnico, inoltre, credo che questa sia l’Italia migliore da anni a questa parte. Non vedo un solo reparto incompleto o con delle carenze particolari. Ci sono tutti i presupposti per far bene: non vinciamo un Europeo dal 1999, è ora di interrompere il digiuno.

E per quanto riguarda il tuo di futuro? Continuerai a giocare per la Nazionale Master? Come concilierai il tutto con il tuo ruolo da direttore sportivo?

Finché continuerò ad essere convocato non ho alcuna intenzione di smettere. Certo, ora sarà un po’ più difficile mantenere il ritmo partita, cosa semplice fino all’anno scorso quando ho disputato la mia ultima stagione agonistica proprio con la Cilento Basket. Oggi dovrò tenermi in allenamento in un altro modo, magari anche da solo, per conciliare tutti i miei impegni. Perché anche da dirigente il mio obiettivo sarà sempre lo stesso: fare il massimo per vincere. E spero che questo basti per avere le stesse soddisfazioni che ho avuto da giocatore. E’ un passaggio molto importante della mia vita, mi aspetto molto dagli altri e da me stesso: vogliamo toglierci grandi soddisfazioni qui ad Agropoli.

Qual è il ricordo più bello della tua carriera?

Non ne ho uno in particolare. Sarebbe un torto che farei a tutte quelle piazze in cui ho lasciato un pezzo del mio cuore. Certo le stagioni a Battipaglia (dove è nato e ha aperto una scuola di basket per ragazzi) e a Scafati, con tante promozioni belle e meritatamente raggiunte da capitano e recordman di presenze, sono momenti indimenticabili e che porterò sempre con me.

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.