SPECIALE ITALIANS - I giorni delle scelte (sbagliate?)

Se è vero che la notte porta consiglio allora non resta che augurarsi che i nostri tre alfieri (nell’attesa di conoscere il destino di Danilo Gallinari conteso da Heat, Celtics e un’altra mezza dozzina di squadre in giro per gli Stati Uniti) in terra Nba abbiano dormito a lungo prima di prendere ciascuno quella decisione che, a naso, influenzerà e non di poco il prosieguo delle loro carriere.

Partiamo da Marco Belinelli. E non potrebbe essere altrimenti, non foss’altro per il suo status di primo italiano capace di mettersi l’anello al dito. La sua è, di fatto, la scelta che lascia maggiormente perplessi i più. Perché se da un lato monetizzare gli ultimi scampoli di carriera è cosa buona e giusta (soprattutto se, in potenza, vai in una squadra non così malvagia) è altrettanto  giusto guardare con rispetto a quanti ritengono che la storia di Beli nella Lega abbia preso la parte sbagliata del bivio. Soprattutto se, dopo la fatica fatta per arrivare in alto, si sia sentita un’incomprensibile nostalgia per i tempi buoi di Toronto e New Orleans; con tutto il rispetto per i futuri Sacramento Kings. Parliamoci chiaro: quella di Marco è (era?) la favola che tutti noi avremmo voluto vivere, il ragazzo venuto da lontano che lotta caparbiamente contro il cieco ostruzionismo verso tutto ciò che non è americano, arrivando a diventare parte integrante del ‘sistema’ per eccellenza, quello dei San Antonio Spurs. Abbiamo ancora negli occhi le immagini dell’allenamento precedente gara 5 contro gli Heat, con Popovich che gli si avvicina e gli dice “Oh, Mr. Big Shot!”. Chiamateci pure ingenui e sognatori, ma siamo ancora dell’idea che quando arrivi a conquistarti il rispetto e la fiducia di uno come coach Pop, con il Larry O ‘Brien a sancire il tutto, allora non c’è contratto da 6,5 milioni di dollari all’anno che tenga: tanto vale prendere qualcosa in meno ma continuare a recitare un ruolo da protagonista, seppur da comprimario di lusso. Anche perché, se questi anni ci hanno insegnato qualcosa, è che con Pop tutti sono utili e indispensabili. A patto di sposare la Spurs Culture. Ciò detto, non ci sentiamo nemmeno di biasimare fino in fondo il profeta da San Giovanni in Persiceto; che, dimostrato quel che aveva da dimostrare, ha optato per un nuovo (e remunerativo) progetto. Certo solo il tempo dirà della sua lungimiranza, senza contare che molto dipenderà sia dal ruolo che riuscirà a ritagliarsi nella sua nuova squadra, che dalla tenuta di uno spogliatoio in cui la convivenza tra due personalità ‘complesse’ quali quelle di Rondo  e Cousins non è scontata, anzi. A Marco non si può dire nient’altro che non sia un inflazionato “in bocca al lupo”.

I nuovi Sacramento Kings (foto da: Marco Belinelli Facebook official page)
I nuovi Sacramento Kings (foto da: Marco Belinelli Facebook official page)

Più comprensibile, forse perché facilitata da un contesto ambientale divenuto francamente insopportabile, la decisione di Andrea Bargnani di ‘traslocare’ di nove chilometri (quelli che separano il Madison Square Garden dal Barclays Center) appena, sposando la causa dei Brooklyn Nets. Certo la stampa malevola è sempre la stessa e magari cambiare costa raggiungendo Belinelli nella California in nerognola sarebbe stato preferibile; tuttavia allontanarsi dai mugugni preventivi della World’s Greatest Arena (per informazioni chiedere a Porzingis) non potrà che far bene a un ragazzo (prima ancora che a un giocatore) che non è mai riuscito a dimostrare la necessaria durezza mentale per competere ai livelli più alti al di là dell’Atlantico. Lo step è minimo, anche perché i Nets di Prochorov sono un cubo di Rubik difficilmente risolvibile in tempi brevi, ma rispetto allo sfacelo dei Knicks passati, presenti e futuri è comunque tanta roba. Senza contare che il ‘salvagente’ della player option al secondo anno, costituisce una via di fuga sostanzialmente indolore per cercare l’ennesimo rilancio altrove, magari scegliendo di far ritorno in Europa. Avviso ai naviganti:s i è detto che per il Mago molto passa da questa stagione. Noi non concordiamo, non foss’altro perché il salto di qualità sarebbe dovuto avvenire già tempo fa. Quindi aspettarsi qualcosa che esuli da medie che vanno dal sufficiente al discreto in un contesto di media competitività, vuol dire non aver saputo leggere la carriera Nba di Bargnani.

A proposito di ritorni in Europa. C’è qualcuno che se la sente di dire a Gigi Datome “hai sbagliato” (ad accettare il triennale da 1,7 milioni di dollari del Fenerbache)? Una risposta in senso assoluto, al momento, non c’è. E non potrebbe esserci. Perché come in tutte le scelte ci sono dei ‘pro’ e dei ‘contro’ legati o alla personalità dei singoli. E se non possiamo fare a meno di dolerci per quello che poteva essere e non è stato per Gigione in Nba, non possiamo nemmeno far finta che questi due anni di dura panchina alternata a, talvolta umilianti, scampoli di garbage time non siano mai esistiti. Soprattutto nell’imminenza di un Europeo fondamentale per Datome e per l’Italia. Ben venga, quindi, la Turchia, a patto che a un contratto ricco segua la valorizzazione di uno dei migliori prodotti del Made in Italy cestistico. E un domani il rientro in Nba, stavolta dalla porta principale, potrebbe non avere gli attuali contorni dell’utopia.

 

Il tweet dell'ulcera che annuncia lo sbarco di Gigione in Turchia
Il tweet dell’Ulker che annuncia lo sbarco di Gigione in Turchia

E il Gallo? Mancherebbe solo lui per delineare completamente i colori con quali i nostri portabandiera saranno chiamati a dipingere il quadro della stagione 2015/2016. Non resta che attendere fiduciosi. Sperando in un’annata in bianco rosso e verde.

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.