STORIE DELL'ALTRO BASKET - AK-47, dalla Russia con furore

Nomen omen solevano dire i latini. Il destino nel proprio nome. Anche, se non soprattutto, nel dorato mondo dello sport a stelle e strisce, seppur con qualche variante. Perché, soprattutto se sei uno straniero in cerca di gloria, oltre a come ti chiami conta soprattutto come ti fai chiamare. O come decidono di chiamarti. La mistica dei soprannomi al di là dell’Atlantico, in fondo, sta tutta qui. Più è complicato pronunciare il tuo nome di battesimo più si accentua la tendenza a darti un qualcosa di più funzionale, più ‘americano’.

Con Andrei (o Andrej, se preferite) Kirilenko da Izevsk, seicentomila anime alle pendici dei monti Urali, è stato tutto anche troppo semplice. Le iniziali più il numero di maglia: AK-47. Come il kalasnikov? Si. Perché, proprio come il più famoso dei fucili mitragliatori (tra l’altro. prodotto proprio a Izevsk), Kirilenko è solido, affidabile, letale. Una perfetta macchina da basket in salsa russa, un airone bianco toccato dalla grazia della palla a spicchi, l’unico dai tempi di Olajuwon in grado di segnare più volte a referto il cosiddetto ‘5×5’ (collezionare in una partita almeno 5 punti, 5 rimbalzi, 5 assist, 5 stoppate e 5 recuperi) riuscendo, inoltre, a far segnare anche un ‘5×6’: era il 3 gennaio del 2006 e contro i Lakers scrisse, per i soli parziali, 14 punti, 9 assist, 8 rimbalzi, 7 stoppate e 6 recuperi. Il plus/minus non lo riporto per non pregiudicare la salute delle vostre coronarie.

Semplicemente l’arma totale. Fin dai tempi dei precoci esordi in quel di San Pietroburgo, titolare del locale Spartak nella Russian Super League ad anni 17. I 12 punti di media a partita realizzati al netto della minore età, gli valgono la chiamata del Cska e quella dell’Nba, scelta numero 24 al Draft del 1999 da parte degli Utah Jazz. Si sceglie, comunque, di lasciarlo un altro paio d’anni tra le fila dell’ Armata Rossa, giusto per lasciargli esprimere i primi vagiti della sua dominanza entro i patri i confini.

Due anni, un paio di campionati e svariate triple doppie in Eurolega dopo (finirà nella top ten di 7 delle 8 categorie statistiche del torneo), il grande salto. A Salt Lake City regnano ancora John Stockton e Karl Malone, ma Jerry Sloan intuisce subito che dal quel russo dinoccolato solo all’apparenza, può ricavarci qualcosa di buono. L’impatto nella Lega è ottimo, ben al di là dei numeri che raccontano della doppia cifra di media per punti e la metà delle gare giocate da titolare: l’inserimento nel primo quintetto dei rookies e il raggiungimento dei playoff (eliminazione al primo turno contro i Kings ai massimi storici) sono i primi passi che lo portano a raccogliere l’eredità del ‘Muto’ e del ‘Postino’ nell’anno di grazia 2003/2004. I Jazz decidono di puntare tutto sul russo più famoso in America dai tempi di Ivan Drago. Ottimi e abbondanti i dividendi: 16.5 punti, 8.1 rimbalzi, 3.1 assist, 2.8 stoppate, 1.9 rubate, in poco più di 37 minuti a sera. Praticamente l’unico della Lega con la quadrupla doppia potenzialmente sempre in canna. La chiamata all’All Star Game e la presenza nel secondo quintetto difensivo sono le appendici inevitabili della stagione della consacrazione personale che, però, non coincide con quella di una squadra ancora giovane e inesperta che manca la postseason dopo vent’anni. Poco male, vista la consolazione da 86 milioni di dollari per i successivi sei anni.

Eppure, anche al netto dei robusti interventi dei Jazz in sede di mercato con gli arrivi di Boozer e Okur, le due stagioni successive seguono lo stesso e ben poco nobile script, con Utah che ad ogni aprile sparisce puntualmente dalla cartina Nba e con la beffa di un infortunio al polso destro (il primo di una lunga serie) che, nel 2004/2005, si aggiunge al proverbiale danno di una squadra buona che non riesce a farsi a strada a sufficienza nel Wild Wild West. Non tutti i mali, però, vengono per nuocere, nemmeno un disastroso 26-56. Soprattutto se questo porta a un giovanotto di nome Deron Williams, draftato nell’estate 2005.

La svolta è dietro l’angolo. Il 2006/2007 porta in dote una squadra matura e finalmente conscia dei propri mezzi, che si vede sbarrare le porte delle Finals soltanto al penultimo atto dagli Spurs futuri campioni Nba. Ma se fino a quel momento alla crescita di Kirilenko non era coincida quella del gruppo, a questo giro le prospettive si ribaltano: il minutaggio e l’efficacia del nostro calano sensibilmente, a fronte di un ruolo da sesto uomo che Sloan gli cuce addosso per non depauperarne il talento. Andrei capisce l’antifona e durante l’offseason lavora duro con Jeff Hornacek (con, in mezzo, il non trascurabile impegno dell’Europeo vinto con la Russia), che riesce a regolarne il feng shui del piazzato trasformando in un affidabilissimo tiratore dalla media. Le percentuali dal campo del 2007/2008 sono addirittura strabilianti, career high personale per il nostro, sempre più a suo agio nonostante la perdita dello status di ‘go to guy’. Le due annate successive certificano il ritorno dei Jazz come una delle potenze dell’Ovest, con una costante presenza ai playoff nel ruolo di principale ostacolo dei Lakers del ‘back to back’.

Il ruolo di contender per il titolo è lì, a portata di mano. Ma i figli dei mormoni se la lasciano sfuggire con un 2010/2011 disgraziato dentro e fuori dal parquet: alle dimissioni a metà stagione di Sloan, si aggiungono le cessioni eccellenti di Williams (ai Brooklyn Nets), Okur e la perdita in free agency di un Boozer comunque in fase calante. I prodromi di una ricostruzione solo potenziale, complice anche l’estate del lockout che spinge molti, Kirilenko compreso, ad accettare le offerte provenienti dall’Europa pur di mantenersi in caldo. Tanto più che il russo più americano di sempre aveva visto il proprio contratto scadere il primo di luglio, diventando uno degli unrestricted free agent più appetibili sul mercato. Nel frattempo, però, c’è una parentesi con il Cska da onorare al meglio, anche quando la Nba riapre i battenti nel Natale del 2011. E’ proprio il diretto interessato a confermare che resterà in patria per tutto il 2011/2012. Annata agrodolce, caratterizzata sì da un campionato russo dominato in lungo e in largo ma rovinata dalla sconfitta in una delle finali di Eurolega più assurde di sempre, con l’Armata Rossa capace di farsi rimontare dall’Olympiacos 19 punti di vantaggio nell’ultimo quarto. E’ di Printezis (“la Cadillac rossa di Pulp Fiction”, cit.) a sette decimi dalla fine, la firma in calce alla fine dei sogni di gloria di un autentico squadrone: Teodosic, Nenad Krstic, Chrjapa, Shved, Siskauskas, Kaun, Voroncevic, lo stesso AK-47, non bastano a evitare uno dei più clamorosi upset della storia dello sport.

Per Kirilenko, che nel frattempo conquista il primo bronzo olimpico della Russia post 1989, è una delusione atroce, lo spartiacque che introduce al viale del tramonto, percorso dopo due non eccezionali parentesi con Timberwolves e Nets in cui, complici età e acciacchi assortiti, è solo l’ombra del formidabile giocatore che è stato, con l’apice delle  zero partite disputate nell’ultima stagione con i Sixers: uno dei tanti fondamentali che, negli ultimi due anni, hanno consentito alla Philadelphia cestistica di entrare nella storia dalla parte sbagliata. E’ un lento e agonico trascinarsi verso il ritiro che arriva, finalmente, lo scorso 24 giugno.

Perché, per quanto letale e affidabile, anche un kalasnikov può incepparsi. E, in quel caso, si può fare ben poco per riportarlo all’antica efficacia. Anche se si sono rimessi insieme i pezzi.

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.