STORIE DELL'ALTRO BASKET - Allen Iverson, the question without The Answer

Se chiedeste a Pau Gasol, dominatore al recente Eurobasket e due volte campione Nba con i Lakers, qual è stato l’allenatore che ha inciso di più sul suo modo di giocare, Phil Jackson sarebbe solo, per una volta, il numero due sulla lista. Il numero uno è Hubie Brown: anelli al dito zero, ma autentica eminenza grigia del Gioco, tanto da far dire al cattedratico di Catalogna “questo mi ha preso e mi ha fatto diventare un altro giocatore”.

Che, più o meno, è quello che Dirk Nowitzki potrebbe dire di Holger Geschwindner, unico uomo al mondo a vedere in quello scoordinato ragazzone proveniente da Wurzburg un potenziale settimo posto (and counting) nella classifica all time dei marcatori Nba.

Così come Kobe Bryant ha in Leon Douglas, compagno di squadra di papà ‘Jellybean’ ai tempi di Pistoia, una delle pochissime persona che ascolta sul serio. Questo perché il “Leone” era quello deputato a cacciarlo dal campo a suon di sberle, quando un imberbe ‘Black Mamba’ si metteva a tirare nell’intervallo delle partite del padre.

Non deve stupire che i Brown, i Geschwindner, i Douglas non siano tra i primi nomi che vi vengono in mente quando si parla dell’ars allenandi. E, forse, non è nemmeno così importante che lo siano. Perché, che tu sia un coach di fama o meno, se un giocatore ‘compra’ il progetto tecnico e di squadra che gli stai offrendo è fatta. Soprattutto se il giocatore in questione è il leader, tecnico ed emotivo, riconosciuto.

Nel 2001 Allen Iverson ha creduto che un altro e ben più famoso Brown, Larry, gli stesse dicendo la verità. Che c’era un altro sistema per farcela che non fosse andare in 1 contro 5 ad ogni singolo possesso. Che essere inquadrato in un sistema di squadra era la chiave per migliorare e migliorarsi, come singolo e come gruppo. Che il talento individuale avrebbe avuto maggiori sbocchi verso il successo, se messo al servizio di un collettivo modesto ma volenteroso.

Convincere di tutto questo e di molto altro il figlio di Ann, però, non fu una passeggiata di salute. Da un lato la superstar hip-hop che, talvolta, riteneva superfluo allenarsi ed andava avanti al grido di: “I don’t wanna be Jordan, I don’t wanna be Magic, I don’t wanna be Bird or Isiah.  I don’t wanna be any of those guys.  When my career’s over, I want to look in the mirror and say I did it my way”; dall’altro un ebreo newyorkese dall’etica del lavoro ferrea, che il “my way” lo tollerava, forse, solo se usciva dalla bocca di Frank Sinatra.

Due supermassimi al centro del quadrato, una rapporto talmente conflittuale che se non fosse stato per il ‘tempestivo’ intervento di Matt Geiger (che rifiutò di lasciare ai Sixers il 15% dei proventi derivanti da una sua eventuale cessione), Iverson sarebbe stato messo sul primo aereo per Detroit. Con buona pace della Philadelphia sportiva che vedeva in quel cardellino senza paura l’ideale rappresentazione dell’anima orgogliosa e battagliera dell’intera città.

E’ in quel momento che, probabilmente, nella testa di Allen inizia a farsi strada l’idea che Brown abbia ragione. Se non su tutto (oh, stiam sempre parlando di Allen Iverson) almeno per quel che riguarda il come guidare i Sixers sulla strada lastricata d’oro della gloria. Perché di una cosa il 3 era sicuro: il coach teneva a quella squadra tanto quanto lui. In maniera diversa, certo, ma ugualmente sentita. E allora perché non credergli, perché, per una volta, non fare alla maniera di qualcun altro e vediamo come va.

La stagione 2000/2001 di Allen Iverson è apparentabile, non solo per l’esito, al 1998/1999 di Latrell Sprewell. Passa una volta ogni tanto, forse mai. Perché mai si era visto qualcuno di quelle dimensioni dominare a piacimento partite, compagni e avversari il triplo più grossi di lui. Uno spettacolo irripetuto e irripetibile. L’ovvio MVP all’All Star Game (cui farà seguito, qualche mese dopo, l’altrettanto ovvio MVP della stagione), sancisce il patto d’acciaio con Larry Brown: “Where is my coach? My coach…coach Brown. L’avete visto? Questo premio è un tributo a lui e a quello che ha fatto per me”.

Come Rocky che chiama Adriana. E’ li che si intuisce che i Sixers arriveranno lontano. Lontanissimo. Fino allo Staples Center, Los Angeles, California, per la palla a due di gara 1 delle Finals contro i Lakers della premiata ditta Kobe-Shaq ancora imbattuti nei playoff. Dove, però, a detta di tutti avrebbero dovuto fermarsi. Del resto, come poteva un gruppo di autentici ‘scappati di casa’, che avevano nello scappato più scappato di tutti il lìder maxìmo, avere ragione dei campioni in carica?

Ancora oggi, per trovare una spiegazione logica e razionale a quella partita, conviene attingere a piene mani dai ‘Buffa quotes’. Alla voce Iverson si legge: “ogni sera, 48 minuti giocati per vendicare una vita di ingiustizie”. Ecco, 48 furono anche i punti che il nostro mette in faccia a Bryant, O’Neal, Phil Jackson e tutta la Los Angeles in gialloviola, di cui gli ultimi sette per la vittoria in un supplementare sugellato così.

Spettacolo superato solo dalla conferenza stampa immediatamente successiva dove, con bimba in braccio, urla al mondo intero: “Mettete via le scope. Nessuno sweep, signori miei!”.

Purtroppo anche stavolta la ragione è dalla sua. Sebbene non nei modi previsti. Perché, pur lottando ben al di sopra delle proprie possibilità, Phila cede alla legge del più forte in cinque gare, senza che nemmeno il crocifisso, regalo di mamma Ann, che Brown ha portato in tasca per ogni partita di quella stagione, possa intercedere in qualche modo.

E’ lo spartiacque di una carriera. Prima di Brown, Iverson era una macchina da punti spaventosa, uno che, nell’anno da rookie, andò per i quaranta in cinque partite di fila (roba che non si vedeva dai tempi di Wilt Chamberlain) e mise a sedere Michael Jordan, ma comunque inadatto a giocare in una squadra vincente nel senso più puro del termine; con Brown dimostra al mondo che, invece, quella dimensione poteva raggiungerla anche lui, Lakers o non Lakers; dopo Brown è un lento trascinarsi verso un declino di cui è fin troppo doloroso parlare.

Non tanto per l’aspetto tecnico (anche se la seconda parentesi ai Sixers e le 7 partite al Besiktas sono un inno al “grande atleta incapace di smettere”) quanto per quello mentale e caratteriale. Quella sconfitta, ampiamente prevedibile viste le forze in campo, segna Iverson ben più di quanto si creda. A venir meno è la voglia di credere ancora in qualcosa di diverso dal “my way”, in qualcosa che gli dimostri che c’è qualcosa oltre il “cazzo me ne frega del pick ‘n roll, posso battere tutti dal palleggio”, in qualcosa che gli dia quell’anello che, in fin dei conti, sente di meritare.

E allora lasciarsi andare ai vecchi eccessi in campo e fuori, gli stessi che non hanno mai smesso di seguirlo dai tempi di Bethel High School, è questione di un attimo. E poi di un altro e un altro ancora, fino al mesto ritiro dell’ottobre 2013: solo, in bolletta, senza titolo Nba, con l’unica soddisfazione che potrebbe arrivargli dalla prossima induzione nella Hall of Fame. E, soprattutto, senza esser riuscito a rispondere a quell’unica, fatidica, domanda: “Perché non riesci a vincere?”

Uno smacco non da poco per uno che è stato soprannominato ‘The Answer’.

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.