STORIE DELL'ALTRO BASKET - Baron Davis, il 'Barba' prima del 'Barba'

Dicono starebbe pensando a un ritorno. Lui che, per tutta una carriera, ha sempre precorso i tempi. Sia come singolo che come pietra angolare di squadre belle e perdenti, proprio come lui. Altro che inseguire il fantasma di ciò che si è stati e non si potrà mai più essere: Baron Davis è sempre stato un visionario, uno avanti dieci anni almeno al contesto cestistico in cui si trovava, uno che, con un’altra testa, avrebbe avuto l’induzione nella Hall of fame ancor prima del mesto ritiro di tre stagioni fa. Guidare e non seguire, anticipare e non rimandare. Questo è stato il leitmotiv di uno dei figli prediletti di Compton. Nonché il principale motivo per cui le notizie di un rientro sui parquet dovrebbero far male prima a lui che a noi.

Un passo (e anche più) avanti a tutti, dicevamo. Sempre. Dai tempi di Crossroads High prima e Ucla poi. Portandosi dietro anche al piano di sopra l’idea meravigliosa di rivoluzionare l’arte del playmaking. Fino a quel momento la linea del tiro libero era il confine da non superare per poter operare un passaggio decente? Dall’anno uno d.B (dopo Barone), dalla linea della carità il playmaker schiaccia. Anche nel traffico.

Con buona pace delle sacre leggi contenute nei manuali dei discepoli di Naismith, il meteorite impatta. Forte, non fortissimo. Ma impatta. Dopo un anno di assestamento, le stagioni con gli Hornets (Charlotte o New Orleans poco cambia) rivelano al mondo uno dei giocatori più elettrizzanti mai concepiti. Uno e novanta (a far bello), un’antiesteticissima pancetta che fa capolino sotto la divisa, quella barba che fa tanto voce fuori dal coro, ben prima che un mancino di Los Angeles la rendesse, qualche tempo dopo, così classy. E cosa potrebbe mai combinare uno così su un parquet? Ecco.

Un’autentica manna per gli appassionati di Nba Action, rapiti dal televisre che trasmetteva puntuale la Courtside Countdown con il ‘Barone’ presenza costante e gradita. Vincente? Insomma. Anche se i playoff raggiunti costantemente sembrano poter costituire il preludio a traguardi importanti.

Soprattutto quando il nostro decide di portare, nel febbraio del 2005, il suo show a Golden State. E, un pò come Johann Cruyff con l’Olanda del ‘calcio totale’, Baron Davis trova finalmente la sua dimensione. Fenomeno assoluto in una squadra pensate per divertire divertendosi, con Don Nelson nei panni del Rinus Michels d’oltreoceano. Anelli? Neanche per idea. Perché certe squadre sono troppo belle per poter vincere: proprio come certe opere d’arte devono rimanere incompiute, imperfette nella loro meravigliosa inconcludenza, memorabili nella loro incapacità dell’obbedire al dettame del risultato ad ogni costo. Non libri, ma singole pagine di un romanzo mai scritto per intero. Come quello del 2007 quando contro i Dallas Mavericks numero 1 a Ovest e Dirk Nowitzki Mvp della regular season, si materializza uno dei più clamorosi upset della storia recente: 4-2 agli strafavoriti d’obbligo, una pallacanestro che non si può giocare nemmeno alla playstation, l’Oracle Arena come Scilla e Cariddi in cui tutti, ma proprio tutti, sono destinati a sprofondare. E il ‘Barone’ a guidare quel gruppo di tarantiniani inglorius bastards (tra gli altri segnaliamo ‘Captain Jack’ Jackson e ‘J Rich’ Richardson) sui quali nessuno avrebbe scommesso neanche il simbolico dollaro.

Come dite? Al turno successivo 4-1 e a casa contro i Jazz? Vero. Ma di quella serie tendete a ricordare più il risultato finale oppure ciò che segue?

Questa è la vera grandezza di Baron Davis. Tutti sono bravi a vincere titoli, pochi sanno farsi ricordare anche nella sconfitta. Sempre con la sensazione di aver anticipato ciò che sarà. Perché se James Harden può, a buon diritto, esserne considerato l’erede, allo stesso modo i Warriors belli e vincenti di oggi sono i figli di quelli ugualmente belli ma molto meno vincenti di allora. Con il numero 5 a fare da trait d’union tra due epoche lontane solo in apparenza.

Ciò che segue al 2008, anno del suo emigrare nella Los Angeles in bianco rosso e blu è il lento appassire di un fiore meraviglioso che pur nel suo triste declinare non manca di mostrare qualche petalo spettacoloso. Come il 30+10 del 22 novembre di quell’anno contro i Nets. O come, più banalmente, l’istantanea che meglio racchiude l’essenza di una carriera. Anzi, forse di una vita.

Niente potrebbe descrivere meglio questo giocatore. Divertire divertendosi. Niente di più. Niente di meglio. Niente di più bello. Che è poi il principio che ha ispirato la scelta di accasarsi sempre ai ‘romantici sfavoriti’ di turno: Hornets, Warriors, Clippers, i Cavaliers in pieno armageddon nell’intervallo che intercorre tra le due Decision lebroniane. E i Knicks, con il Madison Square Garden che lo elegge a idolo assoluto nonostante la miseria di 29 partite giocate a cavallo tra il 2011 e il 2012. Quando tutto questo è troppo anche per lui.

Dicono che ci stia ripensando. Che voglia ritornare, che voglia ricominciare a inseguire l’utopia di anticipare il tempo. Ecco, Baron, forse non ti sei reso conto di una cosa: stavolta è stato lui ad anticipare te. Non lo fare, per favore. Non ne vale la pena. Per noi ma, soprattutto, per te stesso.

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.