STORIE DELL'ALTRO BASKET - Bryon Russell: dalla parte sbagliata

La storia, si sa, la scrivono i vincitori. Con le generazioni future che conosceranno, inevitabilmente, una e una sola versione dei fatti, la loro. Chi ci sia dall’altra parte è irrilevante: a chi volete che importi dei perdenti, degli eterni secondi, di chi non ce l’ha fatta a un passo dal traguardo?

A molte più persone di quanto possiate immaginare. Perché, che ci crediate oppure no, nelle imprese che hanno fatto la storia dello sport, di tutti gli sport, anche ‘gli altri’ hanno un ruolo nella storia: con il non secondario dettaglio di entrarci dalla parte sbagliata. E’ la natura delle cose: ad ogni Zorro deve corrispondere un sergente Garcia.

Provate a pensarci: senza i New York Knicks non ci sarebbero i 100 punti di Wilt Chamberlain, senza i Toronto Raptors non ci sarebbero gli 81 di Kobe, senza i palloncini provocatori di Cook non ci sarebbero i Celtics che vanno a vincere il titolo a gara 7 al Forum di Inglewood, senza Craig Ehlo non ci sarebbe Michael Jordan.

Già, Michael Jordan. Ne ha sulla coscienza il 23. Tanti, grandissimi e non, sono entrati nella storia dalla parte sbagliata per causa sua. Anche se, sovente, erano proprio i deuteragonisti ad andarsele a cercare, mal interpretando il latinissimo homo faber fortunae suae.

Bryon (non Byron) Russell era un grande difensore. Anzi, a voler essere sinceri, un grandissimo difensore. Uno dei migliori nella Nba nell’ultima decade del XX secolo. Ogni singolo punto, contro di lui, andava sudato fin dal primo passo. Anche, se non soprattutto, se eri una superstar. Che poi fu il motivo principale per il quale ci mise relativamente poco a passare da quarantacinquesima scelta del Draft 1993 a colonna portante degli Utah Jazz che avevano nello ‘StocktontoMalone’ solo la punta di un iceberg che Jerry Sloan seppe condurre a fasti irripetuti e irripetibili.

Le Sliding Doors della sua carriera si spalancarono l’anno dopo. Era quel curioso periodo in cui il più grande di tutti i tempi scelse di dilettarsi un paio d’anni con il baseball, furoreggiando nel variopinto mondo delle minors americane con i Birmingham Barons. Senza l’epitome dell’arma offensiva totale a vellicare i suoi istinti competitivi, il buon Bryon commise uno dei più grandi autogol di sempre a livello verbale: “E’ un peccato che ti sia ritirato. Sono un grande difensore e ho sempre sognato di poterti fermare nella giocata decisiva di una partita. Ma forse hai smesso proprio perché sai che io posso fermarti”.

Oscar Wilde era solito ripetere: “Attento a quel che desideri perché potresti ottenerlo”. Nel caso del nostro, già nel 1997. Jordan era tornato già un paio d’anni prima, se possibile ancora più forte. Dal punto di vista tecnico e mentale un giocatore totalmente impraticabile. Stavolta, però, ad attendere i Bulls alle Finals non ci sono più i Seattle Sonics di Gary Payton (un altro che con MJ l’aveva buttata su chi guidasse più Ferrari), ma i ben più solidi e attrezzati Utah Jazz. Che, però, già in gara 1 capiscono che strappare una serie di finale a quello là è un’impresa pressoché impossibile. Ultima azione, Michael riceve al gomito poco oltre i 6 e 25, cambio di Russell, un passo a sinistra, tiro, sirena, 2 punti, vittoria.

Prima chance di Bryon tendente al “bene ma non benissimo”. Ma è comunque nulla rispetto a quello che sarebbe accaduto 12 mesi più tardi. Sempre alle Finals, sempre contro i Bulls, sempre contro ‘The Goat’ (con mille scuse a Earl Manigault).

Chicago, sul 3-1 nella serie, ha appena sprecato il più comodo dei match ball in casa. Tocca tornare a Salt Lake City, con una squadra logora, sull’orlo del disfacimento e con Scottie Pippen che ha già fatto sapere al mondo che quella sarebbe stata la sua ultima stagione in difesa dei colori della Windy City. I Jazz dominano la partita per larghi tratti, i Bulls vi restano aggrappati grazie alle iniziative del solito sospetto. Che, a poco più di un minuto dalla fine, è a quota 41 nonostante il “comitato anti Jordan”, Russell in primis (10/21 lo score del 23 con Bryon a marcarlo), abbia dato il sangue e non solo in difesa. Eppure la tripla di Stockton per l’83-86 sembra aver apposto la firma in cale a un finale che neppure la successiva giocata di Michael (85-86) sembra poter mettere in discussione, tanto più che la palla è in mano ai Jazz. Quello che segue non può essere descritto ma solo mostrato.

Ora fermatevi e provate a rivedere tutto con gli occhi di Russell. Che è lì, nel bel mezzo del momento che ha aspettato per tutta una vita, con Sloan che gli ha chiamato la single coverage contro il più grande di sempre. Il quale, purtroppo (per Bryon) o per fortuna, ricorda benissimo il guanto di sfida che gli è stato improvvidamente lanciato contro qualche anno prima.

In una scena che va al rallentatore, Russell intuisce quale sarà il suo destino già qualche istante prima di finire “fintato fuori dalle scarpe” (cit.): a cadere non è solo lui, è il suo presente, il suo passato, il suo futuro. Jordan non si limita a mettere i due punti che lo consegnano definitivamente alla leggenda; marchia per sempre il suo avversario che, da quel momento in avanti, sarà ricordato come il primo tra i tanti che millantavano di poter fermare il figlio prediletto di Wilmington.

Uno dei modi peggiori per entrare nella storia. Anche dalla parte sbagliata. Anche se si è in buona compagnia a causa di Michael Jeffrey Jordan.

 

 

 

Commenta
(Visited 522 times, 1 visits today)

About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.