STORIE DELL'ALTRO BASKET - Chauncey Billups, una vita da "Mr. Big Shot". Senza perdere mai

‹‹Non bisogna smettere di crederci. Mai. Nemmeno quando a non crederci sono allenatori e dirigenti. Semplicemente io non ascoltavo i no. Continuavo a lavorare, non davo la colpa a nessuno se non a me stesso. Se mi dicevano che non potevo essere un leader, mi ripetevo che era esattamente ciò che sarei diventato. Studiavo compagni e avversari per migliorare continuamente. Poi è arrivata Detroit››.
Già, Detroit. Insieme a Philadelphia una delle città più dure dell’intera America. Con l’anima operaia dei sobborghi a scandire tempi e modi della vita quotidiana. Magari con “Lose yourself” di Eminem, figlio non troppo prediletto di Motown, come colonna sonora. Inevitabile, quasi scontato, che uno come Chauncey Billups abbia trovato la propria ideale dimensione cestistica in un contesto del genere. Per uno così, da sempre abituato a lottare per dimostrare qualcosa, a se stesso e agli altri, non poteva esistere una seconda pelle migliore della casacca dei Pistons.

E non è un caso che l’istantanea che fotografa al meglio la carriera di questo figlio del Colorado sia colorata dal bianco rosso e blu dei “Bad boys”. Finali di Conference 2007, gara 5. Serie sul 2-2, avversari i Cleveland Cavaliers. Dall’altra parte della barricata un imberbe LeBron James sta facendo risuonare i primi rintocchi della propria personale “campana della storia”: è semplicemente immarcabile, pur giocando 1 contro 5 ad ogni singolo possesso. A poco più di 30 secondi dalla fine del tempo regolamentare arriva una schiacciata che, per poco, non tira giù il Palace of Auburn Hills. Cavs 89, Pistons 88. Sulla panchina dei padroni di casa. Flip Saunders decide di non chiamare il timeout. Formalità inutile, tanto sa già chi si prenderà la responsabilità di replicare al “Prescelto”. Il tempo di portarsi nell’altra metà campo, palla a Billups, palleggio, arresto e tiro dagli 8 metri in faccia a james e tripla dell’89-91. Dalla schiacciata di cui sopra sono passati non più di 7 secondi. Più che sufficienti per permettere a “Mister Big Shot” (c’è poco da fare, un buon soprannome è il miglior patrimonio di cui un atleta possa disporre)  di colpire ancora.

Servirà a poco, perché, alla fine della fiera, quell’altro ne mette 49 e si prende le Finals (poi perse ingloriosamente) contro gli Spurs. Ma, ancora una volta, se è vero che non esiste sconfitta nel cuore di chi lotta, allora Billups non hai mai perso nel corso dei suoi 17 anni di militanza Nba. Non ha perso durante i tribolati inizi quando, nonostante la chiamata col numero 3 al draft del 1997, ha fatto il girovago tra le due Conference (Celtics, Raptors, Nuggets, T-Wolves), per regolare il feng shui della sua pallacanestro. Non ha perso, anzi ha stravinto, quando nel 2004 si è preso, da Mvp delle Finali, il titolo contro i Lakers dei quattro “Hall of Famers”.

Non ha perso quando, in barba all’abusato “nemo profeta in patria”, è stato protagonista degli ultimi Nuggets degni di nota, trascinati nel 2009 alla finale dell’Ovest poi persa contro Kobe & co. Non ha perso nemmeno nel momento più difficile della sua carriera quando, in lacrime, ha dovuto spiegare alle sue figlie che il papà era stato mandato a giocare ai New York Knicks, lontano da casa, e non poteva farci niente. Non ha perso il 7 febbraio del 2012, quando il tendine d’Achille ha fatto crack. Chauncey, in quel momento, era ai Clippers e formava, con Chris Paul, il miglior reparto guardie dell’intera lega. Per distacco.

In pochi credevano in un suo ritorno all’attività agonistica. Manco a dirlo smentiti e respinti con perdite. Non ha perso nemmeno nella sua ultima stagione, quando ha riportato ai Pistons solo il ricordo di quello che era stato con quella maglia. Prima di dire basta all’alba delle 40 primavere. Finisce dove tutto è cominciato. Con una squadra e una città nel destino. Che si sono riconosciute e identificate (ricambiate) nella figura del suo playmaker. Un amore da film, puro e incondizionato. ‹‹La squadra migliore, il miglior spogliatoio. A Detroit era speciale: un gruppo di gente altruista, una stagione (il 2004 ndr) iniziata così così e poi decollata. Con Rasheed Wallace che ci ha portato a un livello superiore››. Se sei un Piston una volta, lo sei per sempre. Soprattutto se ti chiami Chauncey Billups, l’uomo che non ha perso mai.

“We ride together, we die together. Bad boys for life”.

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.