STORIE DELL'ALTRO BASKET - Chris Andersen: del "Birdman" e dell'incomunicabilità

“E dimmi: quali sono i tuoi interessi fuori dal campo?” . Ora, se a porti questa domanda è Norm Stewart, leggendario coach di University of Missouri (uno di quei posti dove “se puoi andare a giocare, vacci!”, soprattutto se vieni da Blinn, college texano dimenticato da Dio e dagli uomini), sarebbe consigliabile recitare al meglio la parte dell’atleta tutto casa e allenamenti.

Ma, se ti chiami Chris Andersen, un sincero “feste e ragazze” è la risposta più naturale di questo mondo. Il successivo “stai pure a Blinn” di Stewart è soltanto l’inevitabile conseguenza della latente incomunicabilità di un uomo complesso: incomunicabilità che va ben oltre i tatuaggi che coprono buon 90% del suo corpo e sostanziatasi in una vita possibile solo negli Stati Uniti d’America. Se fosse una canzone, sarebbe l’intro di “Civil War”, uno dei pezzi più forti dei Guns N’ Roses: “What we’ve got here is failure to communicate”; qui c’è una mancanza di comunicazione. Citazione, tra l’altro, ripresa da uno dei film culto dell’America di fine anni ’60, quel “Cool hand Luke”, orribilmente tradotto nell’italiano “Nick mano fredda”.

Bisogna, però, fornire l’adeguato background e si rende necessario un ritorno alle origini.Tenendo fede a quanto testualmente citato dalla più nota fra le enciclopedie web, “la storia di Chris Andersen non può essere separata da quella della donna che l’ha cresciuto, sua mamma Linda”, di professione byker (lo so, basterebbe questo a spiegare tutto il resto ma bisogna adempiere alla completezza d’informazione) e con un passato nelle forze armate. È di stanza alla base di Port Hueneme come infermiera quando si innamora dell’ufficiale Claus Andersen, militare si ma spirito ugualmente libero. A tal punto che, un matrimonio e tre figli dopo, tra cui il nostro Chris, abbandona la famiglia, frattanto stabilitasi a Iola in quella sorta di triangolo delle bermuda che è la “provincia” di Houston, per andare a New York e vendere i suoi dipinti, nuova folgorante passione.

Con la parabola esistenziale orientata verso il più classico dei classici (madre sola, senza soldi, con figli a carico), Linda, dopo aver fronteggiato gli spettri (e qualcosa di più) della depressione, spedisce in blocco gli Andersen in una casa famiglia di Dallas.

A quel che ci è dato sapere, un Chris adolescente ritornerà tre anni e parecchi centimetri dopo, con la mania del basket che comincia a farsi strada in quel cubo di rubik inesplicabile che è la sua mente. Insieme a quello dei tatuaggi, in una rivisitazione del tutto personale del concetto di “body painting”: comincia, si dice dodicenne, si dice incoraggiato dalla madre, ad Albuquerque, sulla Route 66 per non smettere sostanzialmente più. E non azzardatevi a chiedergli motivi o significati reconditi di questo suo rifiuto a lascire immacolato qualche lembo di pelle: non vi risponderebbe.

Anche perché, ad oggi, sono pochi i bipedi senzienti a potersi fregiare di aver udito il suono delle sue (poche) parole. Incomunicabilità volume II. “Agevolata” dalla signora Linda che decide che sto figliolo debba venir su duro: ben vengano i tatuaggi ma intanto alziamo anche una rete che Chris deve saltare (non in senso figurato: LETTERALMENTE) ogni mattina se vuole andare a scuola. E anche se la voglia tende più ad andare che a venire, la rete la si salta lo stesso: anche perché torna buona per allenarsi in maniera assolutamente autodidatta. Le istruzioni per l’uso son sempre quelle: non cercate risposte. Non ce ne sono.

Frequenta, con alterne fortune, Iola High School e, come detto Blinn College, prima di rendersi eleggibile per il Draft Nba del 1999. Respinto con perdite (tradotto: nessuno dei 30 general manager ritenne opportuno puntare sul curioso spilungone texano), si trasferisce in Cina ai Jiangsu Dragons. Ecco, cosa abbia fatto Chris Andersen in Cina a vent’anni è una delle grandi domande della storia dell’uomo. In mancanza di testimonianze dirette (a naso, comunque, sarebbe servito ben più del “Milione” di Marco Polo), novello figliol prodigo fa ritorno in patria bazzicando leghe e squadre minori, finché, nel 2001, viene ingaggiato dai Denver Nuggets. Medie tutto sommato discrete (5.1 punti, 4.8 rimbalzi e 1.3 stoppate a partita) e giocate ad altezze sconosciute ai comuni mortali valgono a lui il titolo di “Birdman”, agli americani il plauso di tutti noi per aver azzeccato con dovizia di particolari l’ennesimo soprannome.

Dopo un paio di partecipazioni allo “Slam Dunk Contest” con risultati classificabili bonariamente come “modesti” (nel 2005 provò, senza successo, la stessa schiacciata per otto, dicansi OTTO, volte), Chris porta armi, ali e bagagli agli Hornets, nel 2004 di base a New Orleans. Minutaggio e medie crescono così come anche le prodezze extra campo. Perché, diciamocelo, mentre la Denver by night tendeva a sedare le velleità festaiole del nostro, New Orleans si dimostra fin da subito ben più disponibile ad assecondare tali velleita. E se metti la “Big Easy” a disposizione del “Birdman” e viceversa non può che finire in un solo modo: due anni di squalifica, nel 2006, per abuso di droga. E non certo quella per migliorare le prestazioni sportive. Rientrato nel gennaio del 2008, al termine della stagione fa ritorno ai Nuggets. Ed è di nuovo amore, con tanto di seconda posizione per stoppate nella lega (2.42 a partita) e con la melassa di un rinnovo quiquennale.

Ma l’incomunicabilità è sempre in agguato. Perché va bene essere tetragoni all’emissione di suoni di senso compiuto che vadano oltre i monosillabi, ma, talvolta, manifestare il proprio pensiero torna utile. Soprattutto se la tua squadra decide di tagliarti (17 luglio 2012) per una brutta storia legata ad un incontro (consensuale) con una ragazza di 17 anni. Qualcosa che si trasforma in un autentico incubo quando una truffatrice canadese riesce a triangolare i primi contatti online tra i due al fine di estorcere dei soldi al giocatore, creando una serie di prove false (segnalate in forma anonima alla polizia) che gettano su Chris l’ombra, il fango e l’onta della pedofilia. Accuse che si riveleranno infondate ma dettate dal pregiudizio e dalle quali non riesce a difendersi come vorrebbe fin quando, nel 2013, tutto viene definitivamente chiarito. Finendo nel migliore dei modi, nonostante tutto.

Anche qui ritorna il tema dell’incomunicabilità: per lui parlano, non sempre nel modo giusto, i tatuaggi, come fosse un murale. Ma lui è un uomo e quando un uomo passa attraverso spiacevolezze del genere, innocente o meno, fa comunque fatica a riabilitarsi. Conta poco che la giustizia federale del Colorado abbia chiarito l’estraneità alla vicenda del nativo di Long Beach: squadre che vogliano puntare su di lui non se ne trovano.

Fino al gennaio del 2013. La telefonata che ti allunga la vita (cestistica) è di Pat Riley, plenipotenziario dei Miami Heat di LeBron James, impegnati nella faticosa cavalcata verso il “back to back”: decadale fino a fine mese, con possibilità di rinnovo. Fino a quando verrà accusato, se sarà accusato.

Normalmente uno che non gioca da sei mesi non lascerebbe nemmeno finire la telefonata e si fionderebbe in quel di South Beach a firmare il contratto. Ma qui è di Andersen che si tratta. Uno che parlerà anche poco ma che, quando lo fa, consegna alla storia autentiche perle. Come la risposta alla telefonata di cui sopra: “Coach (poco importa che Riley non alleni più da anni, per tutti lui resterà sempre un coach). magari vengo. Però, prima, vado a caccia di alci”. Con arco e frecce. Riley abbozza, forse sorride, ma aspetta. A fine mese Chris ha già la tuta degli Heat addosso quando gli agenti incaricati del suo caso irrompono in una casupola di Easterville, in Canada, scoprendo gli indirizzi IP collegati alla truffatrice. E, a febbraio, il contratto viene allungato fino al termine della stagione: Riley viene ripagato da 42 partite da “Birdman” (4.9 punti a partita col 57% dal campo, cui aggiungere 4.1 rimbalzi in poco meno di 15 minuti di gioco).

Ma il capolavoro arriva ai playoff. Nelle finali di Conference contro Indiana (una delle serie più dure nella storia della Miami sportiva), a cavallo tra gara 1 e gara 5, segna 15 canestri con 15 tiri. Media realizzativa del 100%, non sbaglia mai. E mette la sua firma in calce al titolo del 2013, dopo altre 7 sanguinose battaglie con i San Antonio Spurs.

Si perché, piaccia o meno, il “Birdman” è campione Nba. Nonostante (o, forse, grazie a) madre byker, tatuaggi, incomunicabilità e caccia all’alce. Only in the U.S.A. Where Chris Andersen happens.

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.