STORIE DELL'ALTRO BASKET - Derek Fisher, al posto giusto nel momento giusto

“Ci sono giocatori che vanno guardati sempre e comunque. Potranno fare anche 0/25 ma resti comunque a vederli perché sai che poi faranno 1/26 e ti faranno vincere la partita con la più bella giocata che tu abbia mai visto”. E se lo dice Earvin ‘Magic’ Johnson c’è da credergli. In fondo il basket è tutto qui, è trovarsi al posto giusto nel momento giusto e piazzare la giocata che ti fa vincere partita e/o anello. Senza per questo dover essere necessariamente il go to guy della tua squadra.

Derek Fisher ci ha costruito una carriera su questo fondamentale d’esistenza. Lui al posto giusto, in campo come nella vita, c’è stato sempre. E sempre ci sarà. Perché è nel destino di certi uomini: farsi trovare pronti senza proclami, la classe al servizio della concretezza e viceversa. Ancora e ancora, con una continuità impressionante, nella placida tranquillità della ripetizione di quel gesto decisivo che è servito a scrivere la storia: la sua e quella delle squadre in cui ha giocato.

O, a voler essere più precisi, di una squadra in particolare. Perché va bene il Kobe Bryant prossimo al ritiro, ma gli ultimi trionfi della Los Angeles in gialloviola hanno anche un’altra firma in calce: quella dell’uomo da Little Rock, leader silenzioso di una franchigia e di un ambiente molto (troppo?) spesso in cerca d’autore. Autentico Steal of the Draft del 1996 (con i Lakers che lo scelgono alla 24), i primi anni di carriera sotto l’egida Kobe-Shaq appaiono fin troppo semplici, al netto di un grave infortunio (62 partite saltate nel 200/2001) che, comunque, non gli impedisce di prendere parte a tutti i capitoli del grande libro del ‘Three Peat’. Eppure paradossalmente (o forse no) il ‘vero’ Fisher si vede nelle stagioni successive, quando i Lakers della prima era Jackson sono in disfacimento. In particolare nella stagione 2003/2004: eliminata l’anno precedente alle semifinali di Conference dagli Spurs (con quel tiro dentro-fuori di Horry che grida ancora vendetta), la squadra dei quattro ‘Hall of Famers’ (Kobe, Shaq, Pyaton e Malone) è impegnata sempre contro i texani in nero e argento in una gara 5 pivotal come non mai. Sul 2-2 nella serie, Tim Duncan manda a bersaglio il fade away del 72-73 che manda in deliro l’At&T Center: quattro decimi di secondo sembrano troppo pochi per costruire un ultimo tiro decente. Sembrano, appunto.

Una giocata di Derek Fisher ‘alla Derek Fisher’. Quella che nessuno avrebbe il coraggio di fare tranne lui. Quella che vale le Finals ingloriosamente consegnate ai Pistons. Quella che non gli vale il rinnovo contrattuale.

Al termine di quella stagione, infatti, arriva l’accordo con i Golden State Warriors: sei anni di contratto a 37 milioni di dollari. Con il denaro che, però, può comprare tutto meno che playoff e titoli. A Oakland come a Salt Lake City, tappe di un peregrinare senza meta, reso oltremodo triste dal retinoblastoma che viene diagnosticato alla figlia di 11 mesi. Ed è qui che l’essere l’uomo giusto al momento giusto torna buono anche fuori dal parquet. Perché capire che a non essere giusto il posto è un attimo, ancor meno chiedere ai Jazz di poter essere ceduto ad una squadra che gli consenta di restar vicino alla piccola Tatum mentre viene seguita dai migliori specialisti del mondo.

Los Angeles è la risposta. Lo è stata e, probabilmente, sempre lo sarà. Per lui e per i Lakers. Reduci da un’altra finale persa contro i Celtics e bisognosi di qualcuno dalla cui parte voltarsi nelle (rare) volte in cui Bryant e Gasol non sono in grado di rispondere presente. Niente di più semplice. Il giugno del 2009 è un altro momento di Derek Fisher ‘alla Derek Fisher’. Perché il 24 sarà anche l’MVP delle Finals contro i Magic, ma le giocate per vincere la decisiva gara 4 sono del solito sospetto.

Il quale, come detto, ama concedere il bis. Sempre sul palcoscenico più importante e contro gli avversari più duri. Non fosse così non sarebbe l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto.

La ripetitività, tuttavia non sta solo nel gesto tecnico, ma anche nelle sue conseguenze. Positive (leggasi Larry O’Brien) e negative. Con le ultime che si palesano nel marzo del 2012 quando, ormai trentasettenne, finisce agli Oklahoma City Thunder dopo aver conosciuto l’onta del taglio (senza mai aver disputato anche una sola partita) da parte dei Rockets. Per un assurdo scherzo del destino (per chi crede alla coincidenze) al secondo turno dei playoff l’avversario di Okc sono proprio i Lakers. E, contro il suo passato, è ancora di Fisher la giocata per vincere. Non in campo ma fuori.

Un viaggio che avrebbe potuto concludersi con un anello al sapore di fiaba si infrange contro LeBron James e i Miami Heat. Per Fisher c’è ancora il tempo di un cameo con i Dallas Mavericks (9 gare in un 2012/2013 segnato dagli infortuni) e di un rendez vous con i Thunder (2013/2014) senza che la gioielleria di casa ne tragga beneficio.

Ma già da tempo c’è chi ha in serbo altri progetti per lui. Quel Phil Jackson che intende coinvolgerlo nella sua avventura manageriale ai Knicks. E su una delle panchine più difficili del mondo, ancora oggi, c’è ‘Da Fish’. Il quale, dopo qualche difficoltà iniziale, sta dimostrando ancora una volta di poter essere l’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Se ci riesce anche a New York, l’introduzione (già doverosa) nella ‘Hall of Fame’, sarebbe addirittura riduttivo.

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.