STORIE DELL'ALTRO BASKET - Essere o non essere (Dennis Rodman)

Cosa hanno in comune Google, Amnesty International, svariate organizzazioni umanitarie, associazioni di volontariato e le Nazioni Unite? Semplice: sono stati tutti respinti con perdite quando hanno cercato un minimo contatto con la Corea del Nord, ‘stato eremita’ per eccellenza, dal 1945 controllato dalla famiglia Kim, il cui ultimo rampollo Kim Jong-un ha più volte dato notizia di sé negli ultimi tempi. Quasi mai nell’accezione positiva del termine. L’isolazionismo e un livello di rispetto dei diritti umani tra i più bassi del mondo, ne fanno uno dei paesi meno visitabili e raggiungibili dell’oriente

Tranne che per un solo uomo. Wikipedia, riduttivamente a dire il vero, lo definisce “ex cestista, allenatore, attore e wrestler statunitense”. Omettendo la qualifica, più informale che altro, di “ambasciatore internazionale”. Si perché Dennis Rodman, attualmente, rischia di essere l’uomo che ha in mano della futura geopolitica internazionale. Quel Dennis Rodman? Si, quello lì. L’unico americano ben accetto dalle parti di Pyongyang, capace di far breccia nel cuore del discusso e discutibile dittatore, che tiene in gran conto consigli e opinioni del nostro.

Normale per uno che si considera “la quinta persona (su una graduatoria di 10 ndr) più identificabile del mondo dopo Dio, Gesù, Muhammad Alì e Barack Obama”, meno per chi ha sempre guardato con sospetto il nativo di Trenton dall’iridescente chioma.

Eppure la sua parabola esistenziale dovrebbe aver insegnato ai più che costui ha vissuto una decina delle nostre vite: tutte diverse l’una dall’altra ma tutte alla sua maniera, in direzione ostinata a contraria all’umana e normale comprensione delle cose.

Dennis Keith Rodman nasce il 13 maggio del 1961. Leggenda vuole che ad anni due, in un pomeriggio novembrino stranamente torrido, si trovi in braccio a sua madre quando, qualche isolato più in la della loro casa di Dallas, la polizia sta circondando un anonimo cinema di quartiere. All’interno tal Lee Oswald, passato alla storia come l’assassino di John Fitzgerald Kennedy.

Al netto di tutto ciò, l’infanzia è comunque difficile. Famiglia numerosa, padre con una pericolosa tendenza alla poligamia (si vocifera che sia andato poco sotto al record di figli di Re Priamo), numerosi periodi a far da spola tra le case famiglia del Texas e dell’Oklahoma. Basket poco, almeno fino al primo anno di università quando, complice un’esponenziale crescita fisica, si mette in luce a Oklahoma State catturando tutto ciò che passa sotto i tabelloni. Al piano di sopra i primi ad accorgersi delle sue doti sono i Detroit Pistons (e chi sennò) che lo scelgono al secondo giro del draft del 1986.

In piena epopea ‘Bad Boys’ il contributo di Rodman è determinante, con i due titoli di difensore dell’anno del 1989 e del 1990 che coincidono con il contestuale back to back di Motown. E anche gli anni successivi, seppur privi del gustoso condimento del Larry O’Brien, parlano di Dennis come uno dei migliori rimbalzisti all time, con i 18 di media del 1992 a suffragare ciò che, qualche anno più tardi, Michael Jordan avrebbe detto di lui: “Centimetri per rimbalzi presi il migliore di sempre”. Il 1993 segna la fine dell’idillio con Detroit, probabilmente anche a causa di una ‘rinascita’ non richiesta. E’ nella tarda primavera di quell’anno, infatti, che viene trovato nel parcheggio della squadra con un fucile carico; vedendosi rispondere, alla prevedibile richiesta di spiegazioni, che aveva ucciso il vecchio Dennis per lasciarne affiorare uno nuovo, i Pistons si decidono a scambiarlo con Sean Elliot degli Spurs.

Tornato in Texas, Rodman si segnala per i numerosi tentativi di ridar lustro al detto del nemo propheta in patria. Non tanto sotto l’aspetto prettamente agonistico (i dividendi sono comunque buoni, con la squadra che nel 1995 arriva alle finali di Conference e con Dennis e Robinson a dominare le classifiche di rimbalzi e punti), quanto piuttosto per quello inerente la vita privata. Contesto in cui si segnala una rovente storia d’amore con Madonna, durata lo spazio necessario a capire che la San Antonio ‘by night’ non avesse gli adepti necessari per celebrare degnamente la cosa.

E’ il 1995 quando i Bulls, orfani di Horace Grant esautorato dal rientrante Jordan a causa delle Jordan Rules rivelate al giornalista Sam Smith, si assicurano i suoi servigi spedendo a San Antonio Will Perdue. Nella Windy City incontra i due grandi amori tecnici della sua vita:

– Phil Jackson, allenatore perfetto per lui. Perché, semplicemente, lo ignora. Più tende a tingersi i capelli di ogni colore possibile, immaginabile e inimmaginabile, più Jackson fa finta di niente. Trovando la soluzione ideale per quel cubo di Rubik su due gambe;

– Tex Winter, inventore della Side-line Triangle, il sistema che mai nessuno prima e nessuno dopo ha saputo giocare come quei Bulls.

Se chiedete ad entrambi, oggi come allora, un parere su Rodman, la risposta sarà sempre la stessa: “Uno scienziato del gioco, il migliore all’interno di un sistema di read and react, capace di spiegarti dopo un paio di minuti ogni possibile variante dell’attacco degli avversari” Con qualche momento di oscurità, dentro e fuori dal parquet. Ma se il fatto che detestasse tirare i liberi e trovasse addirittura offensivo attaccare era un problema superabile grazie alle capacità di quell’altro con il 23, la sua complessa umoralità al di fuori del terreno di gioco faceva in modo che si temesse per la sua vita un giorno si e l’altro pure.

Ma, tecnicamente parlando, l’impatto di Dennis in squadra è incredibile. E il record di 72 vittorie in regular season è il dato che spiega meno quanto e come con lui cambi radicalmente la concezione difensiva e il lavoro di squadra dei Bulls.

Uno Shaq nel pieno delle sue facoltà e che gli rende una buona quindicina di centimetri contro di lui non ha una chance. Non dovrebbe, quindi, stupire che ogni mattina al classico breakfast club, Jordan non faccia altro che ribadire: “Rodman dobbiamo tenerlo perché ci fa vincere!”. E, infatti, sul repeat del Three-Peat c’è in calce anche la sua firma. E bella grossa.

Non facendo mancare alcune tra le sue più famose attività ‘extracurricolari’. Tra le altre:

– Co-protagonista, nel 1997, nel film Double Team-Gioco di squadra con Jean Claude Van Damme grazie al quale si aggiudicò il Razzie Awards per peggior attore non protagonista (bene ma non benissimo);

– Ripetute partecipazioni ai main event della WWE di wrestling. Come lottatore oviamente, mica da spettatore;

– Matrimonio, nel 1998, con Carmen Electra (bene) annullato dopo giorni 9 (male, malissimo);

– Altro matrimonio, questa volta con se stesso e con tanto di vestito da sposa indossato, per promuovere l’uscita della sua autobiografia (come se ne bastasse una).

Ed ecco perché, quando vi dicono che per Jackson è stata una passeggiata allenare due tipi come Patterson (passato alla storia più per il tentativo di stupro della bambinaia con la moglie in casa piuttosto che come ‘Kobe Stopper’) e Artest, dovete crederci. Dato che Dennis ha portato l’asticella a limiti sconosciuti per i comuni mortali.

Il 1998 segna la fine dell’epopea dei Bulls e della carriera a grandi livelli di Rodman. Le parentesi con Mavericks prima e Lakers poi sono solo tappe di passaggio su un viale del tramonto che il nostro, però, intende percorrere lentamente. Non si spiegano altrimenti le avventure con i Long Beach Jam e i Tijuana Dragons della ABA, ultimo domicilio cestistico conosciuto nel 2005.

Ma Rodman non sarebbe Rodman se non si divertisse a sperimentare altre strade. Ci sono leggende che lo vorrebbero vincitore di una gara di wife-carring in Finlandia; premio un telefono cellulare e il suo peso in birra (nel caso, avrà gradito). Altri, ancora, lo segnalano per alcune memorabili apparizioni nei reality show di mezzo mondo, tra cui il Grande Fratello inglese (2006) e la versione messicana de La Talpa, in cui, tra l’altro, è stato incoronato vincitore. I più attenti, infine, lo ricordano inviato speciale all’ultimo Conclave per una nota agenzia di scommesse irlandese; erano in molti, infatti, a credere che il nostro eroe avesse informatori credibili all’interno per influenzare le quote sulle scommesse del colore della pelle del futuro Papa.

Diego Armando Maradona un giorno disse: “Non sarò mai un uomo comune”. Con Dennis Rodman si è andati decisamente oltre. Non si può vivere così: anzi, solo lui potrebbe vivere così e raccontarlo meglio di tutti quelli che, scrivente compreso, hanno provato a farlo. Un romanzo vivente, da leggere tra le pieghe di un rimbalzo e l’altro, tenendo presente che la logica aristotelica non è necessariamente il filo rosso che tiene insieme il tutto. E’ stato, contemporaneamente, tutto ciò che avremmo voluto essere almeno una volta nella vita e quello che i nostri genitori ci hanno sempre sconsigliato di diventare.

Perché se è vero che Everybody wants to be like Mike, è anche vero che Someone else wants to be like Dennis. Anche solo per un attimo. Così, giusto per vedere l’effetto che fa.

 

 

Commenta
(Visited 850 times, 1 visits today)

About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.