STORIE DELL'ALTRO BASKET - It's always Miller time!

Essere un eroe, di quelli buoni, amati dalla gente qualunque cosa facciano (o quasi), è facile. Il difficile è essere quello ‘contro’, il cattivo della situazione, odiato dalla gente qualunque cosa faccia (o quasi). Tradotto in termini a noi più comprensibili, è più facile essere un Michael Jordan che un Reggie Miller. L’uomo contro (tutto e tutti) per antonomasia. C’era sempre qualcuno più bravo, più buono e più amato di lui, in una continua sfida ad un destino (più che a un avversario) già scritto in partenza. Fin dagli inizi, fin dalla vita in famiglia.

Perché fin da subito il piccolo Regynal Wayne Miller capì che avrebbe dovuto sudarsi ogni singola goccia di rispetto, in qualsiasi ambito della sua vita. Come avrebbe detto più avanti: “Non importa quanto sei bravo, serve anche un sacco di fortuna”. Quella che, di certo, non gli è amica nei primi anni, causa malformazione alle anche che, secondo i medici, gli precluderebbe anche solo di camminare, figuriamoci giocare a basket. Crescendo, però, la situazione migliora e Reggie può allenarsi giorno dopo giorno per provare a battere la sua prima nemesi: la sorella Cheryl, vera stella sportiva della famiglia, oro olimpico a Los Angeles nel 1984 e probabile miglior giocatrice di tutti i tempi. La leggenda narra che, un giorno, tornato a casa dall’high school, fiero di una partita in cui aveva scritto 39, avesse chiesto al padre: “E Cheryl?” La risposta, raggelante: “105, lil’ bro!”.

Inevitabile, quindi, che uno cresciuto in un simile contesto sviluppasse un’attitudine alla competizione che sarebbe sfociata più avanti nel trash talking selvaggio. Cheryl o non Cheryl, il nostro comincia a far parlare di sé nella comunità del basket californiano. Soprattutto quando, inevitabilmente, sceglie UCLA come meta universitaria. Due i passaggi significativi della sua esperienza as a Bruin: l’incontro con John Wooden (che, per anni, è letteralmente impazzito cercando di fargli capire che si poteva far canestro senza per forza dover sparare dagli otto metri e mezzo) e il rinnovato regolamento NCAA che, nel suo anno da matricola, introduce il tiro da tre punti anche a livello collegiale. “Coincidenze? Io non credo” (cit.). Il risultato è un giocatore assolutamente impraticabile (23 punti di media, con il 40% dall’arco), in grado di dominare la partita a piacimento (come nel giorno dei 33 punti in un tempo a Louisville, numero 1 del tabellone) e di penetrare la psiche dei suoi avversari come nessun altro: sfidandoli, umiliandoli e, infine, battendoli. Costruendosi, nel contempo, la non invidibile fama di giocatore poco corretto a causa della sua capacità di cercare (e trovare) il fallo sul jump shot grazie al suo classico movimento con le gambe che si allargano in fase di rilascio.

Perciò quando nel 1987 gli Indiana Pacers lo scelgono al Draft con l’undicesima chiamata assoluta, le critiche per l’allore presidente Donnie Wlash si sprecano. Non tanto, e non solo, per aver preso un villain ma anche per aver scartato tal Steve Alford, figlio cestisticamente prediletto dell’Indiana e protagonista assoluto nei 4 anni in cui aveva vestito con successo la maglia degli Hoosiers di Indiana State. I dieci punti di media e il 38-44 del primo anno al piano di sopra sembrano dare ragione ai detrattori. Che, però, cominciano prima a ricredersi nella stagione da sophomore (16 punti a partita), poi a cospargersi il capo di cenere nel 1989/1990, quando Reggie scrive 24.6 ad allacciata di scarpe e riceve la prima di cinque convocazioni per l’All star Game: un onore che non spettava ad un Pacer da oltre un decennio.

La crescita personale, però, non va di pari passo con quella della squadre che non riesce ad andare oltre il primo turno di playoff. Convincendo il frontoffice di ‘basket state’, nell’estate del 1993, ad affidare le operazioni all’uomo buono per tutte le stagioni, quel Larry Brown che, anni dopo, in combutta con Allen Iverson, realizzerà uno dei miracoli Nba più inspiegabili di sempre, portando i Philadelphia 76ers alle Finals contro i Lakers. Con ‘The Jewish Jenius’ in panchina, anche un Miller in scadenza contrattuale si convince che portare un titolo a Indianapolis è possibile e firma il rinnovo che fa di lui l’uomo franchigia. Nonché il primus inter pares tra i cattivi in una Eastern Conference che, momentaneamente privata dei Bulls di Jordan, vede sfidarsi a per tre anni di seguito New York Knicks e indiana Pacers.

Va male il primo anno (3-1 New York), ce la si gioca alla grande il secondo, in una delle serie più memorabili di sempre. Sul 2-2 si va al Madison Square Garden. All’alba del quarto periodo, con 14 punti a referto e Spike Lee nelle orecchie, Reggie decide di averne abbastanza: 25 punti negli ultimi dodici minuti e tanti saluti ai Knicks.

Con tanto di strozzamento mimato a Spike Lee, così spiegato nel post partita: “Questa volta ha esagerato; mi sono stufato di sentirlo e ho deciso che avrei tirato ogni volta che avrei avuto la palla in mano”. Prodezze putroppo vane, con i Pacers, raggiunti nella successiva gara 6 e poi battuti in gara 7 dal celebre tap-in di Patrick Ewing.

Lo sport, però, un pò come la vita, ti dà sempre una seconda (o, nel caso di specie, terza) occasione. Anche se non sei uno dei buoni. Il 1994/1995 è Reggie Miller all’ennesima potenza. Cattiveria, rabbia agonistica e classe cristallina che si abbattono sui Knicks fin da una gara 1 vinta in un modo che non si può spiegare ma soltanto ammirare.

Otto punti in 9 secondi. Come McGrady un decennio più tardi contro gli Spurs. Anzi, più di McGrady. Perché questi sono i punti che fanno capire a tutta New York che, questa volta, non c’è scampo.

Ancora una volta, però, il destino dei cattivi è sempre in agguato. Prima con la successiva sconfitta in finale di Conference contro i Magic di Shaq e Penny, poi con il ritorno del 23 da Wilmington che, di fatto, preclude qualsiasi possibilità di vittoria a chiunque altro non vesta il rosso e nero di Chicago. Reggie Miller è sempre l’altro della storia, quello che esce a testa bassa mentre gli avversari si prendono onori e gloria. Nonostante una roba così proprio in faccia a MJ.

E’ chiaro che a squadra e leader serve una nuova svolta. Che era già arrivata nel 1997/1998: via Larry Brown e squadra in mano a Larry Bird che, però, fa sapere di voler allenare per non più di tre anni. Questo, infatti, il tempo massimo in cui, secondo l’ex Celtics, un gruppo di giocatori riesce a dare il massimo per un allenatore. Oltre non si va.

E, ancora una volta, ‘Larry Legend’ vede giusto: la già citata sconfitta con i Bulls nell’ultimo atto a Est nel 1998, identica sorte la stagione successiva quando a festeggiare sono ancora gli odiati Knicks di Allan Houston, Marcus Caby e Latrell Sprewell. Il redde rationem è fissato per il 2000. Con un Jalen Rose in più, Indiana si libera di Bucks e Sixers prima dell’ennesima rivincita contro i figli della Grande Mela, eliminati a gara 6 dal solito sospetto.

Le Finals, finalmente. Il giusto coronamento di un percorso iniziato un lustro prima e che sarebbe perfetto con un anello al dito. Condizionale d’obbligo, soprattutto quando si ha a che fare con la sorte da ‘antieroe’ di Reggie. Che, all’ultima chiamata importante della carriera, si ritrova di fronte ai Lakers della prima ondata Kobe-Shaq: 4-2 e sogni di gloria sepolti per sempre.

Perché, da lì in poi, due saranno le uscite per il successo sull’autostrada della gloria: nella prima (2004), con Rick Carlisle head coach, sono i Detroit Pistons del grande ex Larry Brown a dire di no, nella seconda, l’anno dopo, ci pensano Ron Artest e Stephen Jackson a compromettere con largo anticipo le ambizioni di una squadra da titolo, con la rissa al Palace di Auburn Hills. E, in una sorta di tragicomica casualità, gara 6 ancora contro i Pistons, è l’ultima gara in carriera del quarantenne Reggie Miller.

Il quale, da buon antieroe, continua a far discutere anche dopo, a parabola cestistica ormai esaurita, con parte degli addetti ai lavori impegnata a metterne in evidenza la monodimensionalità tecnica, descrivendolo si come un grande tiratore ma nulla più (sicuri sicuri?).

Non serve lo scrivente per dire come questa lettura sia profondamente ingiusta. Così come quella che si limita a mettere unicamente in risalto le doti di trash talker del numero 31. Basta dare uno sguardo alla sua carriera: povera di successi, è vero, ma ricca di ‘Miller Times’, di momenti cioè, in cui la palla per vincere la partita poteva essere affidata solo e unicamente a lui. Il più cattivo di tutti che riusciva ad essere, talvolta, il più forte di tutti.

Con tanti saluti a Spike Lee e al destino degli uomini ‘contro’.

p.s. La carriera Nba di Steve Alford non mantenne quanto promesso negli anni di basket collegiale. Riciclatosi, con discreto successo, come allenatore, dal 2013 siede sulla panchina di UCLA. L’università che fece conoscere al mondo Reggie ‘Killer’ Miller. Ovviamente.

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.