STORIE DELL'ALTRO BASKET - La catarsi di Dirk Nowitzki

Estate 2007, outback australiano. Dirk Nowitzki osserva, in silenzio, l’imponente massiccio roccioso che si trova di fronte a lui. Ha bisogno di stare solo. Nessuno, ad eccezione di Holger Geschwindner, sa che è lì. E, del resto, Dirk non ha detto a nessuno che quella mattina la sua intenzione era proprio quella di perdersi, zaino in spalla, nell’immensità di uno dei deserti più pericolosi del mondo. Cosa o chi sta cercando non è dato sapersi e, forse, non lo sa nemmeno lui. Ma, nel più profondo dell’anima, sa che è lì che lo troverà, sa che è in quel luogo dimenticato da tutti che si consumerà la definitiva battaglia tra ciò che è e ciò che avrebbe potuto, dovuto e voluto diventare. E l’esito, tutt’altro che scontato, potrebbe voler dire rinascita o caduta definitiva.

Uluru, meglio conosciuto come Ayers Rock, monolite che si staglia con tutta l’imponenza dei suoi 850 metri d’altezza nel bel mezzo del Parco nazionale Uluru-Kata Tjuta, è l’elemento chiave della cultura aborigena. Le sue caratteristiche pareti lisce che al tramonto assumono un’intensa colorazione rossastra, richiamano in ogni momento ai sacri miti della formazione dei luoghi cari alla popolazione del luogo, secondo cui tutto ha avuto inizio qui e qui finirà. E’ il luogo perfetto per quella catarsi che Nowitzki ritiene necessaria per capire cosa è andato storto appena un paio di mesi prima: l’eliminazione al primo turno di playoff, da MVP in carica, contro gli sfavoritissimi Golden State Warriors è una ferita che sanguina ancora. Come quella, non ancora sanata, dell’anno precedente.

Gara 3 delle Finali Nba 2006. I Dallas Mavericks conducono di 13 sui Miami Heat, sono avanti 2-0 e hanno le mani su partita, serie e Larry O’Brien Trophy. Cosa può andare storto? Niente oppure tutto. Che è esattamente ciò che accade. Gli ultimi cinque minuti dei Mavs sono un incubo ad occhi aperti, con Nowitzki, un’ira di Dio fino a quel momento della stagione, che sbaglia tutte le conclusioni dal campo e il tiro libero del pareggio negli ultimi secondi di gara. E’ l’inizio della fine. Miami rimonta, vince quella partita e le successive tre prendendosi il titolo.

Questo è ciò che Dirk, occhi chiusi per la concentrazione, (ri)vede nella sua testa mentre, intorno a lui, tutto tace. Per qualche interminabile attimo resta in attesa: un segno, un’illuminazione, un rumore, qualcosa. Che, evidentemente, arriva. Perché una volta riaperti è come se a quegli occhi che erano stati testimoni della caduta suprema  fosse stata indicata la via per la risalita. Che sarà lunga e difficile e non priva di altri ostacoli. E’ la catarsi, bellezza: per purificarsi bisogna pur accettare qualche sacrificio. Come quello che ti impone un Barone versione Hall of Famer al già citato primo turno dei playoff 2007, quello in cui i Golden State Warriors non ancora Golden State Warriors confezionano uno dei più clamorosi upset della storia recente, dopo una stagione in cui gli altri hanno mandato a referto qualcosa come 67 vittorie.

Il colpo anche questa volta è forte, comparabile a quello dell’anno prima per il fragore. Ad essere diversa è la reazione: calma, freddezza, lucidità, mentre tutto il resto del mondo comincia a sussurrare di ‘grande perdente’, di paragoni con Barkley e Malone, di induzione nella Hall of Fame senza anello. E come dargli torto, soprattutto se le annate successive confermano i Mavs sempre abbondantemente sopra quota 0.500 ma sempre impreparati da aprile in poi e Nowitzki sempre oltre i 20 di media e sempre primus inter pares quando si tratta di metterci la faccia dopo la canonica eliminazione ai playoff? Poco male. Nessuna parola fuori posto, nessuna polemica: tacere, acconsentire e aspettare, tanto prima o poi l’occasione arriva. Perché quel cerchio che aveva iniziato a tracciare quel giorno ad Ayers Rock andrà chiuso, in un modo o nell’altro.

L’occasione arriva, al termine della solita stagione dal 50% di vittorie e 20 e più punti di media. E che sia QUELL’occasione Dirk lo capisce quando dopo una post season passata a sculacciare Blazers, Lakers campioni in carica (che da lì inizieranno il declino che prosegue ancora oggi) e i Thunder griffati ancora Westbrook-Harden-Durant (con tanto di 48 punti e 24/24 ai liberi in gara 1), in finale ritrova ancora Wade e ancora i Miami Heat. Più Bosh e un LeBron James fresco di ‘Decision’ numero uno.

All’inizio è come se il tempo si fosse fermato alla gara 3 di cinque anni prima: dominio (e vittoria) Miami in gara 1, con gara 2 che segue lo stesso copione. Finché Dirk non decide che, stavolta, andrà come dice lui.

Il terzo atto della serie, restituisce vantaggio e fattore campo agli altri. Con Wade e James che hanno la bella idea, nell’allenamento che precede la quarta partita, di prendere in giro il nostro e i suoi problemi di salute che lo vorrebbero a rischio per la contesa. Dirk gioca effettivamente con 38.5 di febbre, ma ne mette comunque 21 e trascina i suoi alla W decisiva. Si perché da lì in poi è tutto in discesa: 29 nella pivotal, 21 in quella successiva che chiude il cerchio e gli regala ciò che stava cercando in quell’afoso pomeriggio del 2006 dall’altra parte del mondo.

Ma quel che accade in campo conta relativamente. E’ fondamentale la reazione dopo l’ultima sirena.

Dirk scappa via, negli spogliatoi. Vuole restare da solo, come quando ha posato per la prima volta lo sguardo su Uluru. Chiude gli occhi, proprio come allora. E piange. Tanto. Come a voler lavare via gli ultimi strascichi di sofferenza di quella gara 3 che non lo tormenterà più. Poi, di nuovo, li riapre quegli occhi. E capisce. La catarsi è compiuta. Questo non è un punto d’arrivo è un punto di partenza. Il nuovo Dirk ha sconfitto le paure del vecchio Dirk. E da qui in avanti sarà tutto molto più semplice. Anche quello che si crede impossibile: come, ad esempio, un tedesco da Wurzburg che diventa il quinto miglior marcatore della storia della Nba.

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.