STORIE DELL'ALTRO BASKET - La LINneide

Sono le cinque del mattino di un giorno qualunque. Ma nel palazzetto dello sport di Harvard si sente già da un po’ lo ‘squittire’ delle scarpe da basket sul parquet. Il proprietario è figlio di una famiglia di emigrati di origine taiwanese, cresciuto a Palo Alto in California e con la passione per la palla a spicchi. E deve essere anche bravino visto che, nel suo ultimo anno alla Palo Alto High School è stato inserito nel quintetto All State, chiudendo quella stagione 15.1 punti, 7.1 assist, 6.2 rimbalzi e 5 palle rubate di media. Numeri che, però, non gli sono valsi una borsa di studio per sportivi per alcun college, fatta eccezione per la Brown e, appunto, Harvard (dove, però, non si può parlare di vere e proprie borse di studio, visto che per agli atleti è comunque richiesto un livello accademico elevato e paghi comunque trentamila dollari l’anno). Ed è per questo che, mentre i suoi compagni sono ancora in piena fase rem, lui è già sul campo a tirare: deve dare un senso ai soldi (tanti, sudati e subito) che i suoi genitori versano ogni anno per mantenerlo in quell’università.

Si perché Jeremy Lin si è iscritto all’università come una persona normale. Pagando, cioè, retta e tasse: più alte del dovuto, visto che si tratta di una delle università più prestigiose del mondo. Dettaglio che a Jeremy interessava relativamente. Perché, oltre ad aver dato i natali accademici ad otto presidenti degli Stati Uniti (tra cui John Fitzgerald Kennedy), nonché a Mark Zuckenberg, Harvard aveva la squadra di basket che partecipava alla Ivy League, la lega in cui competono i migliori college del paese.

La stagione da rookie tutto è fuorché indimenticabile: 4.8 punti a partita per un totale di 133 in 28 partite. Cifre, però, destinate a crescere sensibilmente fino ai 17.8 del suo anno senior, chiuso tirando con il 52% dal campo e il 38% da tre in 29 partite. Ma, come accaduto ai tempi del liceo, si tratta di cifre che non gli valgono lo straccio di una chiamata al Draft 2010 per il quale si era reso eleggibile. Eppure, tra Summer League e sporadiche apparizioni in qualche training camp, gli valgono le attenzioni di Lakers, Mavericks e Warriors. E proprio con Golden State firma un contratto biennale poco prima dell’inizio della stagione 2010/2011.

Le 29 apparizioni nella Baia, più qualche presenza nella D-League con i Rheno Bighorns, rivelano tutto il meglio e il peggio di Lin: eccellente giocatore di pick and roll, ma dalle basse percentuali al tiro (1/10 da tre e ben al di sotto del 40% dal campo nelle prime 38 gare della sua carriera Nba) e fisicamente inadeguato per poter reggere a lungo difensivamente in un contesto del genere. Con i numeri a suffragare queste teorie: la miseria di 2.6 punti a partita nell’annata di esordio tra i pro. Ciò che Jeremy non può sapere, però, è che sta per attraversare le sue personalissime sliding doors. Strappa, non si sa bene come, un contratto con i New York Knicks e, come al solito, all’inizio trova poco, pochissimo spazio. Anzi, nel gennaio del 2012 rischia addirittura il taglio, venendo salvato dal rifiuto che Kenyon Martin oppone all’offerta che gli arriva dalla Grande Mela. Ma poi, complici anche i numerosi infortuni nel backcourt, trova spazio, minuti, punti e gloria. Comincia il 4 febbraio contro i Nets, cui ne rifila 26 in 36 di impiego. Seguono, poi, altri due ventelli (rispettivamente 28 e 23, cui vanno aggiunti, nel secondo caso, anche 10 assist buoni per la prima doppia doppia in carriera) e, soprattutto, il career high contro i Lakers il 10 febbraio.

E così, tempo una settimana, e a New York scoppia la ‘Linsanity‘. Nei bar non si ordina più il canonico gin and tonic ma il ‘Lyn and tonic’, con il taiwanese che, letteralmente, tiene in ostaggio la città insieme a Tim Tebow, istrionico quarterback dei New York Jazz che, a tempo perso, gioca a fare il predicatore scrivendosi sotto gli occhi i numeri di riferimento di svariati versetti biblici.

Siamo, come avrete intuito, in striscia aperta. And counting direbbero dall’altra parte dell’Atlantico. Jeremy è inarrestabile: con i 20 ai Timberwolves e i 27 ai Raptors (con tanto di canestro decisivo a fil di sirena), porta a sei la striscia di partite consecutive con 20 o più punti. Si concede una ‘pausa’ contro i Kings (10 e 13 assist), prima di riprendere da dove aveva lasciato contro gli Hornets in versione New Orleans (26) e nella vittoria contro i Mavericks al Madison Square Garden, con Spike Lee letteralmente basito di fronte ad una prova da 28 punti e 14 assist.

In un mese che, anche da quelle parti, passa una volta ogni tanto, arriva anche l’investitura ufficiale della convocazione al Rising Stars Challenge dell’All Star Game: teoricamente Lin non sarebbe stato votato, ma le sue prestazioni hanno convinto la Nba a includerlo nel roster del prestigioso vernissage.

La stagione non si conclude nel migliore dei modi, a causa di un infortunio che lo costringe a saltare i playoff. Ma poco male. La lega si è accorta di lui e trovare un nuovo contratto non sarà un problema. Detto, fatto: diventato restriscted free agent nel luglio del 2012, riceve una chiamata dai Rockets. I Knicks non pareggiano l’offerta e Lin si trasferisce in Texas.

Un conto, però, è stupire il mondo da underdog, un altro è confermarsi su livelli di eccellenza assoluti. Soprattutto quando le aspettative sono molto più alte. Jeremy se ne accorge fin da subito: le cifre sarebbero anche discrete (13.4 punti e 6 assist di media) ma la credibilità che si era conquistato in quel febbraio da urlo va progressivamente erodendosi. Soprattutto perché anche i risultati di squadra sono quello che sono, con i Rockets sbattuti prematuramente fuori ai playoff in entrambe le stagioni in cui il taiwanese più famoso del mondo è di stanza a Houston.

Nell’estate del 2014 si materializza uno strano ritorno alle origini, quando viene scambiato, senza troppi rimpianti, con i Los Angeles Lakers. L’aria della California, tuttavia, non giova particolarmente, con Lin che è co-protagonista della più sciagurata versione dei gialloviola che la storia ricordi. Basti pensare che l’istantanea più significativa del suo passaggio a L.A. è l’essere stato il destinatario degli strali di Kobe Bryant durante una partita persa contro i Grizzlies, a causa di un fallo non commesso negli ultimi secondi di gioco e che avrebbe consentito ai Lakers di avere la palla della vittoria in mano

L’esito è, come si suol dire, storia. Fine stagione, altro giro di giostra e trasferimento alla corte di Michael Jordan in quel di Charlotte. Dove, però, al momento, sta facendo parlare più per le stravaganti acconciature che non per le cifre sul campo.

Carneade, meteora, rising star, buon giocatore, ancora meteora. Su e giù, come e peggio delle montagne russe. E il giorno che Arnold Schwarzenegger spiegherà come si fa a passare da oscuro culturista di origine austriaca a governatore della California, aspettatevi anche un discorso di Jeremy Lin a reti unificate, in cui ripercorrerà tutti i passaggi che l’hanno portato dagli allenamenti all’alba in quel di Harvard all’essere il simbolo dell’intera Nba. Anche se solo per un mese. Irripetuto e, purtroppo per lui, irripetibile.

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.