STORIE DELL'ALTRO BASKET - Le "fidanzate sbagliate"

Avviso ai naviganti. Sarebbe stato troppo facile fare il classico panegirico sulla grandezza dei soliti noti del parquet a stelle e strisce. Ragion per cui stavolta non si parla di MJ e dei suoi emuli. Se proseguite lo fate a vostro rischio e pericolo. Voi non volete la favola a lieto fine, la scalata al successo partendo dal niente, voi cercate altro. Cercate la classica “fidanzata sbagliata”. Quella per la quale si perde la testa. Quella che ci fa soffrire terribilmente, perché prima ci illude con la sensualità di un momento e poi scappa via, in un chiaro invito a lasciar perdere perché tanto non sarà mai nostra. Quella che, anche a distanza di anni e nonostante tutte le delusioni, ci lascia ancora un piacevole ricordo dei momenti trascorsi insieme. Quella che basterebbe un cenno per farci tornare scodinzolando da lei. Cercate quegli amori che ti logorano l’anima, che sono un inno al rimpianto, che ti fanno maledire questo sport. Cercate quei giocatori passati (chi ingiustamente, chi meno) alla storia come “losers”, perdenti di successo che hanno buttato via lo sconfinato talento che madre natura aveva loro donato. Per sfortuna, propria colpa o semplicemente per la masochistica e perversa tendenza a lasciarsi andare. Io li ho raccolti qui, in una sorta di salvifica seduta psicanalitica, nella speranza di esorcizzare i fantasmi legati ai ricordi che ho di ognuno di loro. Perché li ho, li avete, li abbiamo amati e idolatrati incondizionatamente. Tutti. Anche sbagliando, anche se per poco tempo.

Tracy McGrady: Beethoven ha composto “l’inno alla gioia”. T-Mac, invece, quello a “ciò che potevo essere e non sono stato”. Può uno capace di segnare 13 punti in 35 secondi agli Spurs (a causa di quella partita, ancora oggi Pop nelle segrete di Pyongy…ehm San Antonio, sta percuotendo Devin Brown col gatto a nove code) finire a giocare in Cina prima e a baseball poi? Si, può. Soprattutto se si ritrova una schiena di carta velina per un corpo di 203 cm e 101 kg, oltre ad una discreta dose di sfiga e un carattere poco propenso alle pressioni del mondo Nba, causa eccessiva indolenza. Eppure questo aveva tutto. Con pochi temi di smentita il nuovo Jordan con cinquant’anni d’anticipo, a patto di avere le vertebre dorsali di un uomo normale. Ora siccome “con i se e con i ma la storia non si fa”, invece dell’arma offensiva totale, ci tocca narrare di un giocatore dal potenziale tanto illimitato quanto inespresso. Anche per colpa sua. Perché va bene gli infortuni, va bene la schiena da ottantenne, ma se non riesci a superare un turno di playoff nemmeno quando sei nel pieno delle tue facoltà (Orlando e primi due anni a Houston), prendersela con la sorte diventa un futile esercizio di stile. E allora cosa resta alla fine della fiera? Una paio di titoli di capocannoniere, la “remix” (sostanzialmente la più bella schiacciata mai vista in quel contesto) all’All Star Game del 2002, i 35 secondi di cui sopra contro gli Spurs: che sono comunque molti di più rispetto a quelli occorsi a Ray Allen, in gara 6 delle Finals 2013, per portare la serie a gara 7, preludio della sfilata a South Beach. Avversari, manco a dirlo, ancora i San Antonio Spurs. E in panchina, vicino (ma non troppo) a Popovich, sempre lui: T-Mac. Il karma conosce indubbiamente vie misteriose.

Latrell Sprewell: Giocatore primo nella categoria “bastardi senza gloria”, col secondo che arriva decimo, Spree sarà tramandato ai posteri per due motivi: essere riuscito, dalla high school alla Nba, passando per Three Rivers Community College, a portare alle soglie della gloria quintetti di autentici scappati di casa; essersi fermato sempre alle soglie di predetta gloria, impedendosi e impedendoci di capire che tipo di giocatore sarebbe potuto realmente essere sviluppando le sue spaventose capacità atletiche. Ovviamente anche, se non soprattutto, a causa delle sue alzate di testa (eufemismo) fuori dal campo. Rispettando la più classica delle tradizioni che vogliono questi figli del ghetto incapaci di gestire soldi, fama e popolarità. Eppure proprio questo essere del ghetto, perfettamente rispecchiato dalla “sua” pallacanestro tutta cuore e penetrazioni al ferro, è stata la prima chiave di volta del successo del figlio di Milwakee, primo votato tra le guardie negli All Star Game degli anni della prima pausa di Jordan. Dei Warriors giovani e dal promettente futuro decidono di costruire la squadra intorno a lui. Almeno finché non ha la brillante idea di strangolare durante un allenamento quel simpaticone di PJ Carlesimo, allenatore noto per parlare fin troppo in faccia ai giocatori, e che rischia di pagare carissimo l’eccessiva dose di sincerità. Squalifica tanto inevitabile quanto lunga e ricerca improba di qualcuno disposto a dare una seconda possibilità al reprobo. Tocca ai New York Knicks tentare l’azzardo: verranno ripagati da una delle stagioni più incredibili degli ultimi vent’anni. Nel 1998/99 Spree è letteralmente ingiocabile. Non sembra esistere forza competente in grado di resistergli: se poi hai anche il primo Marcus Camby sotto i tabelloni e la regia “fuori script” (ma non per questo meno efficace) di Allan Houston, l’approdo dei figli della Grande Mela alle Finals dopo anni di oblio appare come la più logica delle conseguenze. Ma ecco che si palesa, nelle figure di Tim Duncan e Gregg Popovich, il motivo del “sembra” di qualche rigo fa. Gli Spurs si prendono l’anello in 5 gare, nonostante Sprewell dia tutto se stesso fino all’ultimo secondo dell’ultima partita, giocando al suo ritmo sempre, comunque e contro chiunque. L’idea, o meglio, l’ipotesi che questo possa costituire l’inizio per dei nuovi, grandi Knicks viene spazzata via dal successivo e progressivo disfacimento della squadra. Vanno via un po’ tutti, anche Spree che finisce nel freddo Minnesota. Il triumvirato con Sam Cassel e il giovane Kevin Garnett promette tanto e mantiene poco. Ancora una volta non per ragioni tecniche, ma perché il nostro finisce con tutte le scarpe in una stucchevole bega contrattuale per il rinnovo con i T’Wolves. Culminata in una delle frasi più infelici mai udite da orecchio umano: ‹‹I’ve got a family to feed!›› (Ho una famiglia da mantenere!), come se gli 8 milioni e passa l’anno percepiti fino a quel momento non tornassero utili alla causa. Risultato: taglio e vana attesa di un’offerta che gli aggradi. Non arriverà e il ritiro agli inizi della stagione 2005/2006 passa quasi sotto silenzio. Sostanzialmente di lui non si hanno più notizie fino a quando la polizia non lo arresta nella sua casa di Milwaukee, a causa del volume dello stereo troppo alto. Richiesto di informazioni qualche tempo fa, Robert Horry, suo ex compagno ad Alabama, ha malinconicamente scosso la testa. ‹‹Non lo volete sapere››. Non l’ha detto, ma si capiva benissimo.

J.R. Smith: Ecco se il basket fosse un’arte marziale e Sprewell il maestro Miyagi, J.R sarebbe senza dubbio Daniel-san. E non soltanto per le comuni esperienze newyorkesi e la particolare affinità con Spike Lee, bordocampista principe del Madison Square Garden. In questo figlio del New Jersey c’è tutto il bello e il brutto della parabola sprewelliana. Soprattutto il brutto. Perché se è vero, come è vero, che con Carmelo Anthony, è stato uno dei principali protagonisti degli ultimi Nuggets degni di nota (finale di Conference 2009, persa contro i Lakers) è altrettanto innegabile che il nostro si sia esibito in alcune “attività extracurricolari” che ne hanno minato l’effettiva capacità di marchiare a fuoco questa lega. E il discorso non cambia anche volendo sorvolare sulle “prodezze” in terra cinese, con le quali si è andati ben oltre il “Milione” di marcopoliana memoria. Potenzialmente sarebbe uno da trentello sera si sera no comodamente seduto in pantofole: il talento è innegabile, la voglia tende a andare e venire. E chi pensava che il riconoscimento come sesto uomo nell’anno di (relativa) grazia 2013, ha dovuto ben presto fare i conti con il lato oscuro del numero 8 in maglia Knicks (toh, ma tu guarda…). E’ da quel momento, infatti, che il nostro (anti) eroe ha imboccato ha preso a rotolare su quel pericolosissimo piano inclinato meglio noto come “involuzione tecnica”. Auguri.

Richard Jefferson & Kenyon Martin: primo e secondo a pari merito in lizza per il premio “buoni giocatori sopravvalutati causa playmaker onnipotente”. Ammettiamolo: il “Jason Kidd Flying circus” era uno degli spettacoli più belli dell’intera lega nei primi anni 2000. Ammettiamolo, parte II: i due di cui sopra sono stati palesemente miracolati dall’indubbia capacità di Giasone di rendere una star anche lo scrivente. Il fatto che entrambi abbiano fatto parte del “Dream Team” meno “Dream” di sempre, dovrebbe costituire un indizio. Che Jefferson sia riuscito nella titanica impresa di non vincere un titolo con gli Spurs di Pop e che K-Mart abbia a lungo svernato in Cina negli Xinjiang Flying Tigers, assurge a ruolo di prova definitiva. Ricordate, giovani: la Nba non è solo schiacciate e alley oop.

Vince Carter: appunto. Continuate a ripeterlo: “la Nba non è solo schiacciate e alley oop”. Nemmeno quando a esibirsi c’era questo signore qua. Qualcosa che va oltre la fisica newtoniana e l’umana comprensione della forza di gravità. Scontato riportare dell’ “It’s over!” allo Slam Dunk Contest del 2000. Per informazioni telefonare Frederic Weis, lontano ore pasti. Ma attenzione: affrontate l’argomento con cautela. Rischiate di rimandare il francesone di nuovo dallo psicanalista. Ci sono voluti buoni 10 anni per fargli dimenticare il poster qui sotto. Dimentico qualcosa? Ah si: “Vincredible” è stato molto più di tutto questo. Che ci si ricordi solo dello schiacciatore selvaggio e non anche di tutto il resto (che è tanto ma tanto, fidatevi) rientra nella logica legata a un personaggio che ha vinto niente in proporzione al suo spaventoso talento.

Brendon Roy: prendete tutto quello che ho scritto sulla testa di McGrady. Ribaltatelo. E avrete Brendon Roy. Un giocatore unico nel suo genere, talento cristallino e testa da vincente. E sfiga da guinnes dei primati. Il suo ultimo, estremo tentativo, di tornare in maglia T-Wolwes mi ha commosso. Probabilmente non sarebbe stato nemmeno giusto includerlo in questa lista di amabili coscritti. Ma in lui io (e, credo, molti di voi) ci credevo. Tanto. E non riesco ad accettare che uno dei più grandi degli ultimi 15 anni si sia sbriciolato così, infortunio dopo infortunio, ricaduta dopo ricaduta. Semplicemente perché non è giusto.

Gilbert Arenas: Dell’immortale Shawn Kemp si è detto che “ha giocato per 3 anni, ma in quei 3 anni ha fatto saltare le aree col tritolo” (grazie Avvocato), salvo poi perdersi in tutte le problematiche extracestistiche esperibili al di fuori delle arene. Anni dopo, “The Reign Man” ha trovato un degno successore nello zio Gilberto che, a cavallo tra il 2004 e il 2008, ha illuso tutti, me compreso, che davvero giocava col numero 0 per “dimostrare a tutti quanti che si sbagliavano” (con mille scuse per la citazione del noto spot dell’altrettanto nota marca di abbigliamento sportivo). Invero, le premesse per la classica americanata a lieto fine c’erano tutte: draft deludente, primi anni a scaldare la panchina ai Warriors, l’approdo ai Wizards, l’esplosione come arma offensiva totale, i sessantelli allo Staples Center in faccia a Kobe, i buzzer beater alla Maravich (voltandosi prima di sentire il “ciuff” della retina che si scuote) l’All Star Game. Ma, nell’altrettanto americanissimo, “sliding doors moment” arriva, nel 2008, l’infortunio al ginocchio. Che indirizza la parabola di Agent Zero verso l’inevitabile basso, con la ciliegina, nel Natale 2009, del gangster movie simulato con Javaris Crittenton nello spogliatoio dei Wizards, con tanto di armi in bella vista. Squalifica fino a fine stagione che fa da preludio al successivo, triste peregrinare alla ricerca di se stesso: Orlando, Memphis e la Cina, ultimo cimitero degli elefanti della Nba, sono tappe di un viaggio che avrebbe potuto (e dovuto) concludersi diversamente.

Ci sarebbe poi un ultimo personaggio da menzionare. Quello che i latini avrebbero definito un “primus inter pares”. Colui che ha in parte ispirato tutto questo ma che meriterebbe uno spazio a parte. LA fidanzata sbagliata, con la F maiuscola. Il suo nome è Allen Ezail Iverson. Il cardellino che ha illuso tutti noi poveri normodotati fisicamente che i giganti della Nba si posso sfidare e battere. Magari anche solo una vota in una gara di finale allo Staples Center. Tanto alla fine vincono sempre e comunque gli altri, lasciandoti da solo a dover fare i conti con una carriera spesa nella scalata a una vetta rimasta inarrivabile. Nonostante “ogni singola partita giocata per vendicare una vita di ingiustizie” (grazie Avvocato parte II). Ma questa, come canta Pino Daniele, è davvero tutta un’altra storia.

Bene avete la mia lista. La vostra qual è?

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.