STORIE DELL'ALTRO BASKET - Non chiamatelo 'Dream Team'

Date un’occhiata ai nomi presenti in questa lista: è da qui che verranno fuori i 12 nomi che andranno a prendersi l’oro alle Olimpiadi di Rio. Perché salvo cataclismi (o una Spagna in vena di miracoli) l’esito non è mai stato così scontato. Troppo forte Team Usa rispetto al resto del mondo per sperare di giocare per qualcosa di più che non sia il secondo posto. Tant’è che le discussioni si sono da tempo spostate su ipotetici confronti con la squadra del 1992. Vale a dire quella che, per molti, è l’unica meritevole dell’appellativo di ‘Dream Team’.

Eppure c’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano in cui la supremazia degli stars and stripers era essa stessa in discussione. Indipendentemente dal fatto che il parquet fosse calcato dai ‘pro’ Nba. E se le squadre che dominarono i mondiali del ’94 e le Olimpiadi di Atlanta del ’96, pur non potendo competere a livello qualitativo con il ‘Dream Team’ originale (anche se la seconda si lasciava guardare: ai reduci di Barcellona come Pippen, Barkley, Malone, Stockton e Robinson, si aggiunsero Shaq, Reggie Miller, Olajuwon, Gary Payton, Anfernee Hardaway, Grant Hill e Mitch Richmond) portarono agevolmente a termine la missione per cui erano state pensate, già nel 2000 a Sidney si avvertirono i primi scricchiolii prodromici al crollo del biennio successivo. Se è vero, come è vero, che tutto ciò che si ricorda di quell’estate australiana, medaglia d’oro a parte, è il trattato di superiorità antropologica con cui Vince Carter omaggiò il povero Frederic Weis.

Di quell’Olimpiade l’istantanea più significativa, però, è un’altra. Perché se Jasikevicius avesse mandato a bersaglio il buzzer beater della vittoria in semifinale, la storia avrebbe potuto essere riscritta molto prima.

Ma, come detto, era solo l’inizio della fine. Sancita come peggio non si sarebbe potuto ai mondiali di Indianapolis del 2002. Michael Finley, Baron Davis, Andre Miller, Jermaine O’Neal, Antonio Davis, Paul Pierce, Reggie Miller (nel più classico dei ‘dalle stelle alle stalle’), Shawn Marion, Jay Williams, Ben Wallace, Elton Brand, Raef LaFrentz e coach George Karl, sono i nomi segnati dall’infamia. Stati Uniti per la prima volta fuori dal podio di una grande manifestazione dopo 24 anni e con ben tre sconfitte al passivo: contro l’Argentina di Ginobili nel girone, contro la Jugoslavia (poi campione del Mondo) nella fase ad eliminazione diretta, nonché contro la Spagna di Pau Gasol nella finale per il quinto posto.

Ma il peggio, se possibile, doveva ancora arrivare. Il Draft del 2003 (uno dei migliori della storia) consegnò a coach Larry Brown, nell’estate del 2004, LeBron James, Carmelo Anthony e Dwyane Wade: tutti pronti ad aggregarsi a Iverson, Marbury (si, avete letto bene: Iverson e Marbury NELLA STESSA SQUADRA) Okafor, Marion, Stoudemire, Duncan, Odom e Jefferson nella spedizione in partenza per Atene 2004. Quella che sarebbe stata poi soprannominata ‘The Nigthmare Team’. Il perché lo fornirono gli azzurri di Charlie Recalcati nell’ormai leggendaria amichevole di Colonia, con un Gianluca Basile che se avesse tirato da casa sua, quel giorno, avrebbe segnato lo stesso.

Lo script non cambiò di molto quando si trattò di fare sul serio in terra di Grecia: 3 vittorie e 2 sconfitte (contro Lituania e Porto Rico) in un girone non proprio irresistibile e un nuovo ko contro Ginobili & co. in semifinale, con il bronzo a scapito dei lituani (a loro volta battuti dall’Italia) che assomigliò più a un fallimento che a una medaglia olimpica.

Stessa sorte e stessi (o quasi) protagonisti ai successivi mondiali di Osaka del 2006: al percorso netto nel girone (5 vittorie su 5, di cui una contro l’Italia di un grande Marco Belinelli), non fece seguito l’agognato trionfo a causa della solita semifinale infausta: toccò alla Grecia (poi triturata senza appello dalla Spagna nell’ultimo atto), nell’occasione, rendere inutile la rivincita (96-81) contro l’Argentina nella finale per il terzo posto.

Fu allora, con il mondo intero che cominciava a bisbigliare che, forse, l’egemonia americana era solo un ricordo dei tempi che furono, che fu varato il ‘Redeem Team’. Toccò a Jason Kidd, Chris Paul, Deron Williams, Kobe Bryant, Dwyane Wade, Michael Redd, Carmelo Anthony, Tayshaun Prince, LeBron James, Chris Bosh, Carlos Boozer e Dwight Howard, con coach K. al timone, restituire lustro alla leggenda: 8 vittorie su 8, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, uno scarto medio di 32.2 punti inflitto agli avversari. Anche se, nella finale contro la Spagna, servì un Kobe Bryant in versione clutch (11 dei suoi 20 punti arrivarono nell’ultimo quarto) per lasciarsi alle spalle sette anni da incubo.

Il resto è storia (relativamente) recente, con le cicloturistiche ai mondiali del 2010 (Rose pre infortunio e Durant una spanna sopra tutti) e a Londra 2012, a riaccendere paragoni e dibattiti con e sul Dream Team originale. Soprattutto dopo il 156-73 inflitto alla Nigeria nell’agosto londinese, con una lunga serie di record battuti:

  • punteggio più alto nella storia dei Giochi;
  • maggior numero di punti segnato in un gara olimpica;
  • maggior scarto di punteggio (83) mai registrato;
  • maggior numero di punti segnati nel primo quarto (49);
  • 71% dal campo (63% da tre), miglior percentuale di sempre ai Giochi;
  • 41 assist di squadra;
  • 29 triple a bersaglio;
  • 37 punti per Anthony, miglior marcatore di sempre in singola partita alle Olimpiadi;
  • record di triple segnate da un singolo giocatore (sempre Melo, con 10)

Più una lunga serie di giocate ‘sfiziose’.

E’ poi arrivato il turno dei Curry, dei Westbrook, degli Harden, degli Anthony Davis e compagnia cantante proseguire nel solco della tradizione ritrovata, con l’ennesima passerella dorata e vincente agli ultimi mondiali di Spagna (2014).

Sempre sotto la guida di Mike Krzyzewski che, dopo Rio, lascerà a Gregg Popovich il compito di guidare il nuovo ciclo (2017-2020) della squadra più forte del mondo.

A naso ne dovrà passare di tempo prima di una nuova implosione. Per un pò, quindi, non ci resterà che continuare a discutere dello stesso argomento: “Meglio questa squadra o quella del ’92?”

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.