STORIE DELL'ALTRO BASKET - Scottie Pippen: Slash applicato alla pallacanestro

Rolling Stone posiziona ‘Appetite for destruction‘, immortale opera prima dei Guns n’ Roses, al sessantaduesimo posto tra i 500 album migliori di tutti i tempi. E, indipendentemente dalla discutibilità degna di ogni classifica che si rispetti, ciò che colpisce di quell’album è la chiave di lettura che gli si può dare ogni volta che lo si ascolta. L’orecchio inesperto sarà inevitabilmente rapito dall’unicità della voce di Axl Rose, uno la cui vita equivale pressapoco a sei o sette delle nostre. Chi, invece, non si ferma alle apparenze di quelle tonalità sui generis sarà in grado di cogliere la vera essenza di un disco capace di vendere 18 milioni di copie solo negli Stati Uniti (30 milioni nel resto del mondo). Da Sweet Child O’Mine a Paradise City, uno è il trait d’union: Slash. O, meglio: Slash e la sua chitarra. Perché solo i riff del nativo di Hampstead riuscivano ad esaltare al meglio le spettacolose qualità di Axl Rose.

Nello sport, o almeno negli sport di squadra, non è diverso: per quanto un campione sia in grado di ergersi above and beyond (riferimento non casuale come avrete modo di leggere tra qualche riga), avrà sempre bisogno di un contesto che si adatti al talento di cui madre natura gli ha generosamente fatto dono. Sarà chiaro ai più che si sta parlando di Michael Jeffrey Jordan e dei suoi Chicago Bulls. Con quel ‘suoi’ che deve essere letto nella stessa maniera in cui si faceva riferimento ai Guns n’ Roses di Axl Rose. Con la differenza che, nel caso di Michael, lo Slash di turno era nato in Arkansas e faceva Scottie di nome e Pippen di cognome.

Con tanto di infanzia che definire difficile sarebbe riduttivo, come da migliore tradizione di tutti i Saul Hudson sparsi per il globo: padre su sedia a rotelle per i postumi di un infarto, fratello rimasto paralizzato dopo un infortunio in allenamento, madre costretta ai salti mortali per mantenere una famiglia che, oltre a Scottie e Ronnie, contava altre otto bocche da sfamare. Non stupisce, quindi, che, nonostante una borsa di studio ottenuta presso la locale università, i primi approcci con il basket siano stati più vicini all’esterno che all’interno del parquet. Più team manager che membro dello starting five, almeno fino a quando una clamorosa serie di infortuni ai suoi compagni di squadra non gli spalanca le porte del campo: entrandoci per non uscirne più.

Ma anche gli Slash hanno bisogno di uno Slash. Quello di Pippen è tal Jerry Krause, scout dei Chicago Bulls, che vede illuminarsi la classica lampadina. E’ lui, il ragazzo di Hamburg, il riff che manca ai Chicago Bulls del (fino ad allora) perdente di successo ‘Michael Jordan’ perché prenda forma l’Appetite for destruction applicato al basket Nba. Ciò che segue al draft del 1987 è, come si suol dire, storia. E sarebbe persino offensivo limitare a fredde statistiche su punti, rimbalzi e assist, l’impatto che Pippen ha sull’impiantistica di gioco della rock band di Phil Jackson. Diventa, contemporaneamente, la chiave di volta di ogni singola giocata difensiva (almeno fino all’avvento di Dennis Rodman) e il go to guy quando il 23 da Wilmington decide di concedersi qualche pausa dai consueti standard di eccellenza offensiva. Il miglior difensore perimetrale di sempre (e non segue dibattito) nel corpo di un potenziale decatleta. Ma probabilmente, più di tante parole, possono dire i sei titoli in undici anni portati in dote nel matrimonio con la Windy City.

Essere uno Slash, però, ha anche un lato negativo. Sarai sempre l’ “altro”. Onori, oneri e gloria spettano al frontman. E’ la dura legge della musica e dello sport. Non importa quanto poco abbia vinto prima di te o quanto importante sia stato il tuo apporto nelle sue vittorie: in prima pagina, su Sport Illustrated come su Rolling Stone, ci finiscono (quasi) sempre i Michael Jordan e gli Axl Rose. E, alla lunga, è una cosa che ti logora a tal punto fino a spingerti a spezzare quel legame che funziona a meraviglia solo in apparenza. Allo Slash originale accade nel 1996, quando i Guns lasciarono il posto agli Snakepit prima e ai Velvet Revolver poi. Al suo omologo occorrono due anni in più per convincersi di averne abbastanza dei Bulls e di Jordan e provare a cercare una squadra che diventasse la ‘sua’ per davvero.

Bruciata (troppo) in fretta la parentesi Rockets, l’approdo ai Trail Blazers sembra fare al caso suo. Almeno fino a quando i Lakers e uno Shaq nel pieno delle sue facoltà decidono che la strada da percorrere per diventare un frontman è troppo lunga. Anche per un chitarrista/cestista di livello assoluto. Che nella Hall of Fame ci finisce lo stesso (e ci mancherebbe), sebbene non nei modi e nei tempi desiderati.

Coraggio Scottie. Al mondo c’è anche chi non si ferma all’apparenza di una voce unica o di tanti tiri decisivi mandati ripetutamente a bersaglio da un tizio col 23. Al mondo c’è anche chi sa andare oltre, che vede da dove arrivi davvero quella musica meravigliosa. Sia essa la base di Sweet Child O’ Mine o i Bulls del doppio Three Peat. E piace da impazzire lo stesso. In entrambi i casi.

p.s. Come dite? ‘Appetite for Destruction‘ è stato pubblicato nel 1987? Lo stesso anno del draft di Scottie? Ma voi, dopo tutto questo, credete ancora alle coincidenze?

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.