STORIE DELL'ALTRO BASKET, Speciale Finals - Shaun Livingston: cadere, rialzarsi, vincere

LeBron e Curry nati nello stesso ospedale di Akron, ok. Iguodala che vince l’Mvp delle Finals dopo un’intera carriera da gregario di lusso, d’accordo. Dellavedova che da Carneade australiano si trasforma per due partite nel ‘Curry stopper’, va bene. Ma la Storia, s maiuscola, dell’ultimo atto della Nba 2014/2015 è quella di Shaun Livingston. Uno che, non più tardi di 8 anni fa, rischiava di non poter nemmeno camminare. E invece adesso è lì, investito di quella gloria che in tanti prima di lui hanno solo sfiorato, senza poterla mai assaporare fino in fondo.

Livingston nasce a Peoria, nell’Illinois, l’11 settembre del 1985. Non ci vuole molto tempo per capire che ci si trova di fronte a un predestinato del gioco, destinato a un futuro di grandezza nella lega più bella e competitiva del mondo. Ball handling spettacoloso unito a doti fisiche fuori dal comune per un esterno in grado di giocare indifferentemente da playmaker o da guardia (201 cm per 83 kg): scontato diventi uno dei migliori All American del paese, meno che, al termine del suo percorso scolastico, decida di rinunciare alla borsa di studio della prestigiosa Duke University (uno di quei posti dove “se ci puoi andare, vacci!”) per rendersi eleggibile al Draft del 2004.

A scommettere su quello che, forse in maniera imprudente, viene già definito ‘The Second Magic’, sono i Los Angeles Clippers che se lo aggiudicano con la quarta scelta assoluta. E i dividendi pagati, personali e di squadra con i Clippers che disputano degli ottimi playoff nel 2006, sono subito discreti: 6.3 punti di media nelle sue prime 91 partite, saliti a 9.3 nella terza con il career high in termini di assist (14) raggiunto il 23 febbraio del 2007, in quella che sembra la stagione della definitiva consacrazione. Sembra, appunto. Perché, appena tre giorni dopo, Livingston è vittima di uno dei più terribili infortuni che si siano mai visti su un parquet.

Legamenti crociati (anteriori e posteriori), collaterali mediali, menisco, rotula. Gli salta praticamente tutto quel che può saltare nel ginocchio sinistro. E, almeno inizialmente, i medici paventano un rischio terrificante: amputazione della gamba.

Ipotesi fortunatamente subito scongiurata ma la carriera di Shaun pare comunque compromessa. Altro che erede di Magic, in queste condizioni sarebbe un miracolo anche solo tornare a camminare normalmente; riprendere a giocare a livello agonistico non è nemmeno contemplato.

Dagli altri, non dal diretto interessato. Che, nonostante la giovane età, fa valere una forza di volontà fuori dal comune: gli ci vuole un anno e mezzo per poter tornare ad allenarsi, quasi due per ottenere un contratto dai Miami Heat dopo la scadenza di quello con i Clippers. L’aria della Florida non gli deve fare così bene visto che, tempo 4 partite, viene spedito ai Memphis Grizzlies che, però, lo tagliano immediatamente spalancandogli le scomode e girevoli porte della D-League. L’avventura con la maglia dei Tulsa 66ers è breve quasi quanto quella successiva in Nba con i Thunder che, in quella che è diventata ormai una triste consuetudine, lo tagliano nuovamente poco prima del Natale del 2009.

Wizards, Bobcats, Bucks, Cavaliers, Nets: tutte tappe di un lungo e difficile percorso ad ostacoli alla ricerca di se stesso e del talento perduto che proprio non vuol saperne di riaffiorare. Nonostante impegno, sacrifici, allenamenti massacranti in cui è evidente la voglia di migliorare e migliorarsi. Ma, nello sport come nella vita, per spezzare le catene che ti tengono legato, basta riuscire ad accettare la propria nuova condizione, smettendo di lottare contro quel mulino a vento rappresentato dal proprio passato, per quanto glorioso esso sia.

E, forse, è quello che Shaun Livingston fa accettando la proposta dei Golden State Warriors nell’estate del 2014. Non più il formidabile solista per il quale si scomodavano paragoni illustri, ma parte di un progetto, di un’idea che ha bisogno di tutti, anche dei gregari di lusso, per diventare vincente. E allora ben venga tutto questo, ben venga il ruolo di primo cambio per gli ‘Splash Brothers’, ben venga un titolo che è già passato alla storia recente del gioco.

Perché cadere è nell’ordine delle cose umane. Rialzarsi e vincere ricade nello straordinario. Come l’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri. Come Shaun Livingston che è risorto diventando qualcosa di diverso da quello che era. Più forte e vincente. Anche senza essere il nuovo Magic.

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.