STORIE DELL'ALTRO BASKET, speciale NBA XMAS - Quando T-Mac mandò ko il serial killer

Iran è regolarmente al suo posto a bordo campo. Ma è molto preoccupato. Forse più di quanto lo era negli interminabili giorni in quella stanza d’ospedale. Quel viaggio a Orlando potrebbe essersi rivelato inutile. La schiena di T-Mac è più in fiamme che mai: ha saltato tre delle ultime quattro partite e c’è la seria possibilità che salti anche la quarta, nel giorno di Natale del 2002, contro i Detroit Pistons. L’ha detto al preparatore dei Magic, in un dialogo ai limiti del surreale:

«Non posso giocare, questa schiena mi sta uccidendo».

«Tu stasera giochi. Devi giocare».

«Ti ho detto che non posso. Non è questione di volontà, è che non riesco a muovermi…».

«E io ti dico che giocherai. Perché lo farai per Iran».

«Ok, mettimi in game time decision. Ci provo».

Già. Iran è lì solo ed esclusivamente per ammirare dal vivo Tracy McGrady. E, in fondo, è già un miracolo che sia arrivato fin lì. Perché se il destino si fosse compiuto fino in fondo, lui quella partita non avrebbe potuto vederla e T-Mac non l’avrebbe mai giocata.

Iran è Iran Brown, un tredicenne come tanti che segue l’Nba ed ha come idolo il #1 degli Orlando Magic. Fin qui niente di strano: nell’America dei primi anni 2000 che ha il cuore che va al ritmo di una palla che batte sul parquet, è perfettamente normale guardare a quello lì con gli occhi di chi sta ancora cercando un possibile erede di MJ. Soprattutto perché Los Angeles e Kobe Bryant sono dall’altra parte del paese. Lontani. Tanto. Troppo. T-Mac, invece, è qui, vicino, si potrebbe andare a vederlo ogni volta che si vuole. Iran non l’ha ancora fatto. Probabilmente si è detto che non mancherà occasione, magari si farà regalare quel viaggio a Orlando che tanto desidera per Natale e allora sì che tutto avrà un senso.

Almeno fino al giorno in cui la sua normalità non si incrocia con l’anormalità di qualcun altro. Ovvero fino al giorno in cui finisce nel mirino, letterale e non metaforico, di John Allen Muhammad.

Anche la sua è una storia come tante che, a un certo punto, prende una piega che cambia il corso del destino suo e degli altri. Nato a Baton Rouge in Louisiana, un paio di matrimoni burrascosi alle spalle, servizio militare prestato durante la guerra del Golfo, una presumibile sindrome da stress post-traumatico che sfocia in atti di violenza sempre più gravi. L’opinione pubblica imparerà a conoscerlo come “D.C. Sniper” o “Il cecchino della Beltway”: tra il settembre e l’ottobre del 2002, con il suo fucile e la complicità di un diciassettenne di origine jamaicana Lee Boyd Malvo, semina il terrore tra il Maryland e la Virginia, spostandosi sulla Interstatale 95 a bordo della sua Chevrolet Caprice. Dieci morti e tre feriti lasciati sulla strada, prima di essere arrestato il 24 ottobre in una piazzola di sosta nei pressi di Myersville, sorpreso mentre dormiva nell’auto.

Tra i tre sopravvissuti c’è, appunto, Iran. Era stato colpito il 7 ottobre mentre andava a scuola, la Benjamin Tasker Middle School, nella cittadina di Bowie. A salvarlo, oltre al caso, la prontezza della zia infermiera che lo stava accompagnando e che, dopo le prime cure, lo porta di corsa in ospedale, avendo subito compreso la gravita delle ferite.

Ce la fa, Iran. E testimonierà al processo che, nel settembre del 2003, porterà alla condanna a morte di John Allen Muhammad tramite iniezione letale (condanna eseguita nel novembre del 2009) e ai sei ergastoli (senza possibilità di sconti di pena o libertà condizionale) comminati a Lee Boyd Malvo. Ma prima, probabilmente, decide che deve realizzare quanto prima il suo desiderio di andare a vedere dal vivo McGrady: essere stato a un passo dalla morte gli ha fatto capire come della vita non vada sprecato nemmeno un attimo. Per questo è a bordo campo quel giorno di Natale. E, per questo, T-Mac decide che per una volta sarà più forte di quella schiena che lo tormenta.

Gioca, eccome, contro i Pistons: 46 punti in 44 minuti di impiego (impensabile per il tipo di dolori che lo affliggevano), 14/26 dal campo, più sei rimbalzi e tre recuperi. E, alla fine, asciugamano regalato a quel tifoso speciale che aveva rischiato di perdersi tutto il bello del basket e della vita.

Only in U.S.A. Only in the NBA.

P.s. Quei 46 punti, sommati ai 43 del 2000 ai Pacers e ai 41 del 2003 ai Cavs (in un memorabile duello con un giovane LeBron James), porta la media punti di McGrady nel Christmas Day a 43.3: la più alta di sempre.

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.