STORIE DELL'ALTRO BASKET - Steve 'Franchise' Francis

“Adoravo sentire l’ammirazione della gente. Nessuna sensazione era anche solo lontanamente paragonabile a quella. Ne avevo bisogno. E quando non c’era io stavo male”. Sugar Ray Leonard è stato un grande pugile. Uno dei migliori della storia. Combattente come non ne fanno più al giorno d’oggi. Dentro il ring, ovviamente. Fuori, invece, è stato soltanto uno dei tanti atleti incapaci di convivere con la normalità una volta conclusa la parabola sportiva: droga, alcol e qualche altra pericolosa inversione a U sull’autostrada della quotidianità. Perché la vita normale, se non ci sei abituato, colpisce più forte di un peso massimo.

O, nel caso del protagonista della nostra storia, marca in maniera molto più asfissiante dei migliori difensori della Nba. Soprattutto se ti chiami Steve Francis e, non più tardi di dieci anni fa, eri considerato il futuro. Oggi, invece, sei solo il passato mischiato a un presente che non racconta più di una delle point guard più elettrizzanti d’America ma soltanto di un uomo in difficoltà, dell’ennesima superstar incapace di vivere nel mondo reale, dell’ultimo figlio prediletto della palla a spicchi incapace di sfruttare appieno le immense qualità che gli dei del basket gli avevano donato.

Ma in fondo non poteva che andare così. Come si poteva anche solo immaginare che uno che, ai tempi d’oro, era soprannominato ‘Stevie Franchise’ potesse, da un giorno all’altro, accettare l’anonimato successivo all’inevitabile declino? Non si poteva, appunto. Soprattutto visto quel caratterino niente male che si rivelò quasi subito, fin dal giorno in cui i Vancouver Grizzlies lo scelsero alla numero 2 del Draft 1999: “Io in Canada non ci vado, datemi una squadra vera!”. Benvenuti nel mondo di Steve D’Shawn Francis: abitanti uno, lui. Che, ovviamente, venne accontentato e spedito a Houston per formare con Cuttino Mobley e Moochie Norris un backcourt che un compianto avvocato avrebbe definito eufemisticamente “più divertente che utile”. Forse il primo e decisivo errore è stato permettergli tutto questo, il fargli credere fin dall’inizio che potesse far tutto, compreso forzare il sistema.

Che poi, in campo, forzare il sistema fosse la specialità della casa è un altro paio di maniche. Prendete Russel Westbrook e mettetelo nella Nba dei primi anni 2000 e avrete un’idea dell’impatto di Steve Francis sulla lega: 191 centimetri per 95 chili di velocità, potenza, ball handling e forza bruta concentrati nell’unico uomo che abbia impensierito (alla lontana, sia chiaro) Vince Carter nel leggendario Slam Dunk Contest del 2000.

Un mix potenzialmente devastante che era in grado di vincerti una partita in un quarto a scelta. Una partita, appunto. Per la continuità si doveva necessariamente bussare altrove, in un discorso estendibile anche a quegli Houston Rockets: belli e divertenti finché si vuole, ma con una malcelata idiosincrasia verso il raggiungimento della zona playoff, puntualmente mancata per quattro stagioni consecutive. Nonostante Francis e nonostante Yao Ming.

Nel 2003/2004 la svolta, o presunta tale. In panchina. Via Rudy Tomjanovich (che, dopo un anno sabbatico, sarebbe migrato in direzione Lakers: bene ma non benissimo), dentro Jeff Van Gundy. Che riportò si la squadra a giocare anche dopo il mese di aprile, ma che ci mise relativamente poco a entrare nella blacklist di Francis a causa di uno stile di gioco che aveva depauperato pesantemente le sue medie (da 21 a 16.6 punti a partita) e che vedeva nel cinesone la prima (e a tratti unica) opzione offensiva. La trade che lo spedì gli Orlando Magic fu, quindi, inevitabile.

E se la Orlando by night mal si adattava alle esigenze del nostro, sul parquet tornarono i fasti dei bei tempi: 21.3 punti, 7 assist e 5.8 rimbalzi ad allacciata di scarpa e la candidatura a migliore point guard della Nba. Tutto bello, tutto inutile: ai playoff non ci si va. Circostanza che, unita alla cessione dell’amico Cuttino Mobley (che era finito in Florida nell’ambito della stessa trade di Francis), spalancarono le porte al non sempre comodissimo ruolo di ‘separato in casa’, con tanto di sospensione prodromica alla cessione ai New York Knicks.

E’ il febbraio del 2006 e la sensazione è quello dell’ultimo treno della carriera. Ad appena sette anni dal debutto nella lega. Ed, evidentemente, sul vagone del Madison Square Garden non si doveva viaggiare molto comodi. Soprattutto perché il vicino di posto era quello Stephon Marbury con il quale non si andava necessariamente d’accordo: in campo e fuori. La sua avventura newyorkese durò un anno e mezzo; 68 partite scarse servirono ai Knicks che l’uomo da Silver Spring non faceva al caso loro. Quindi, nuova cessione ai Blazers (in cambio di Zach Randolph, Dan Dickau e Fred Jones) e taglio immediato da parte di questi ultimi, con un biglietto di sola andata per il limbo della free agency.

Toccato con mano il fondo del barile, per evitare di raschiare Steve prese la prima decisione apparentemente saggia della sua vita: ricominciare da dove tutto iniziò, dai Rockets e da Houston. Ma quell’ apparentemente non è messo lì per caso: due anni e la miseria di 10 partite giocate a causa di un infortunio al quadricipite che non gli lasciò tregua nemmeno dopo l’operazione. Quindi, nel Natale del 2008, cessione ai Grizzlies che lo tagliarono poco più di un anno dopo, senza che Francis avesse mai potuto rappresentare il Tennesse sul parquet.

Finisce qui, anche al netto della dimenticabilissima esperienza con i cinesi del Bejing Ducks. Finisce o forse comincia. Male, nell’uno e nell’altro caso. Perché oltre i 103 milioni di dollari in carriera (dilapidati relativamente in fretta), c’è dell’altro. C’è quella sensazione di non sapere più chi sei, di non riuscire a trovare il tuo posto nel mondo reale dopo che quello cinque stelle extralusso dell’atleta di successo ti ha masticato e sputato fuori. Come testimoniano le parole di Andre Johnson, uno degli ultimi amici che gli sia rimasto e uno dei pochi a stargli accanto nella sua fida più difficile. Sopravvivere: “Steve conosce e ama una sola cosa: il basket. Quando sua madre mori di cancro nel 1995 fu il basket a spingerlo ad andare avanti. E, adesso, non è facile passare dall’essere il protagonista delle copertine dei giornali sportivi al non sapere cosa farai di ogni singolo giorno della tua vita”.

Non certo il più facile dei compiti per uno che era stato soprannominato ‘Franchise’ e che avrebbe dovuto essere la pietra angolare del futuro di ogni squadra in cui è andato. Non riuscendo, però, nemmeno a costruirsi il proprio di futuro. Le ultime notizie certe lo danno coinvolto in una brutta storia di risse e alterchi ad un concerto rap a Houston, nell’ennesimo rifiuto ad un’esistenza normale e dignitosa. Che è ben più grave di quello che, a suo tempo, rivolse ai malcapitati Vancouver Grizzlies che non erano abbastanza per lui. Così come questo nuovo capitolo della sua vita.

“Ci ho parlato dopo quell’incidente – continua Andre – sa che è arrivato il momento di prendere certe decisioni per il suo bene. Ci sono stati tempi in cui è stato grande ma quello è il passato. Adesso, però, è il momento che rimetta in ordine la sua vita e riprenda il suo cammino. Da persona normale, come tutti quanti noi”.

Ed è questo, come detto, l’avversario più difficile da battere. La normalità. Che non si fa depistare su un crossover.

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.