STORIE DELL'ALTRO BASKET - Yao Ming, l'icona del Celeste Impero

Chi ha la (s)fortuna di ricordare gli anni ’80 senza lasciarsi andare alla malinconia del tempo passato e che non torna più, sa che uno e uno solo è il film culto, quello che meglio descrive il clima di quel periodo: Rocky IV. Più che una pellicola, il manifesto di un’epoca caratterizzata da una guerra fredda che stava emettendo i suoi ultimi vagiti. Anche sotto forma di blockbuster di Hollywood.

Protagonista, accanto all’immortale personaggio che Stallone prese a prestito dalla vicenda personale del pugile Chuck Wepner, è Ivan Drago (a.k.a. Dolph Lundgren), atleta sovietico ‘costruito’ in laboratorio a colpi di allenamenti durissimi e sostanze più o meno lecite, che aveva il compito di distruggere il nemico americano in un ambito nel quale eccelleva. Non doveva vincere, doveva stravincere umiliando l’avversario, dimostrando la superiorità Rossa sul resto del mondo occidentale.

Ma dato che qui si parla di basket e supponendo che tutti sappiate come vada più o meno a finire, soffermiamoci sul particolare che ci interessa. Quasi contestualmente all’uscita del film nelle sale di tutto il mondo (tranne, presumibilmente, quelle che si trovavano al di qua del Danubio), nella Shangai degli anni ’80 cresceva un bambino speciale. Non tanto e non solo per le dimensioni (un metro e sessantacinque d’altezza e 41 di piede all’età di 9 anni) quanto perché, proprio come Ivan Drago, era stato ‘pensato’ per essere un’icona. Il verbo potrebbe anche non essere virgolettato dato che il significato letterale si adatterebbe perfettamente al contesto che stiamo descrivendo. Pare, infatti, che finire degli anni ’70, il governo cinese ‘fece notare’ (e stavolta il virgolettato serve eccome) ai propri migliori atleti che unirsi in matrimonio avrebbe giovato al futuro del Celeste Impero.

Per questo di Yao Ming, proprio come per il personaggio interpretato da Lundgren, si può dire che è stato prima ‘pensato’ e poi ‘creato’: figlio rigorosamente unico, padre e madre biologici sono i cestisti Yao Zhiyuan e Fang Fengdi. Non sappiamo quanto e se tale legame fosse rafforzato da una qual sorta di sentimento. Sta di fatto che, a quanto pare, il compito loro affidato – mettere al mondo la macchina da pallacanestro definitiva per farne, poi, l’orgoglio della nazione, qualcosa che dimostrasse agli occidentali, in particolar modo agli americani, la loro inferiorità. Anche sul terreno dello sport a loro apparentemente più congeniale – fu portato a termine.

Del resto che Yao fosse destinato alla Nba è una tesi suffragata dal fatto che prima del 2002, anno in cui fu draftato dagli Houston Rockets, di lui non si avessero notizie certe. Solo voci, ammantate da un’aurea quasi mistica, relative a questo gigante (140 chili distribuiti su 2 metri e 29) con mani da liutaio. Del resto un’arma è tanto più efficace quanto più si riesce a tenerla nascosta prima del suo utilizzo. Nella gara contro i Lakers campioni in carica, a Shaquille O’Neal bastarono quattro minuti per esclamare: “You belong”, tu appartieni a questa Lega.

Si trattava di una riedizione di quanto avvenuto anni prima con Sabonis:di fronte a certe giocate di abbacinante bellezza non eri sempre sicuro di dove avesse imparato. Di scuro lo sapeva fare, meglio di tanti altri che quei parquet li avevano calcati per tutta la loro vita. Era come se sentisse le voci: non ci fu bisogno di sgrezzarlo, era arrivato già ‘imparato’. E pronto a spiegare i mille misteri della palla a spicchi ai suoi omologhi occidentali. Proprio come era stato programmato.

E poco importò l’assegnazione dell Rookie of the Year ad un giovane Stoudemire. Yao Ming non aveva bisogno di riconoscimenti per dimostrare il suo status: Yao Ming era Yao Ming, emblema della Cina che batte gli americani al loro gioco preferito.

Le due successive stagioni sembrarono poter rafforzare l’assunto. Nonostante mancassero le soddisfazioni in post season, causa la ben nota ‘maledizione di McGrady per il primo turno dei playoff’, la superiorità del cinesone era, a tratti, imbarazzante. Riusciva a coniugare come nessuno imponenza fisica e doti tecniche misteriose, supportate da una sapienza cestistica poche volte riscontrata anche a quelle latitudini. Pareva non esistesse forza competente in grado di contrastarne l’ascesa al pantheon dei grandissimi.

E, in effetti, i problemi non erano gli avversari ma gli scricchiolii di ossa divenute improvvisamente troppo grandi e pesanti anche per un’icona. Circostanza che, unita alle massacranti tournée della nazionale cinese (cui nessuno, nemmeno lui, poteva sottrarsi. Anzi, soprattutto lui) e a una preparazione fisica che si rivelò ben presto inadeguata per un uomo di quella stazza, comportò la bellezza di 250 partite saltate tra il 2006 e il 2011 a causa di problemi fisici assortiti. Il più grave dei quali (frattura al piede sinistro), durante gara 3 delle semifinali di Conference contro i Lakers, gli costò l’intera stagione successiva.

Appena un anno prima, per lo stesso motivo, aveva rischiato di saltare le Olimpiadi di Pechino: le inevitabili opposizioni del politburo e un recupero forse troppo affrettato restituirono in tempo al popolo cinese il proprio eroe, seppur dimezzato. Nonché incapace di lasciare il segno che avrebbe voluto, potuto e dovuto. Non necessariamente in quest’ordine. Un destino triste condiviso con l’altro alfiere decaduto dello sport sotto la grande muraglia, quel Liu Xiang che ha sacrificato il proprio tendine d’achille sull’altare di un’iconografia esasperata che impediva al campione in carica dei 110 ostacoli di rinunciare alla sua gara per un ‘banale’ infortunio.

Yao e Liu, personaggi diversi con un destino comune: quello di giganti dai piedi d’argilla, sconfitti dalla pressione e dal peso del loro essere piuttosto che dai propri avversari. Dal 2008 in poi, per entrambi, è un triste declinare sul viale del tramonto. Triste ma con una dignità tutta orientale, che li spinge a non lasciare nulla d’intentato. Per Yao il canto del cigno è il 2010/2011: le appena cinque partite disputate e il piede che non gli da più tregua lo convincono a dire basta.

Con il ritiro che, paradossalmente, aggiunge lustro a leggenda. Perché non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta. Nemmeno se il tuo ruolo di icona avrebbe voluto un finale ben diverso.

p.s. Anche Yao è stato ‘invitato’ a contrarre matrimonio con la cestista Ye Li, 1 metro e 90 di grazia femminile. In vista, probabilmente, dell’evoluzione della specie. Cosa non si fa per il Celeste Impero.

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.