STORIE DELL'ALTRO BASKET - Vita da Star(bury)

I latini, gente di antica saggezza, erano soliti ripetere “nemo propheta in patria” mica per caso. Sapevano perfettamente che dimostrare il proprio valore in terra natia era (ed è) una delle imprese più difficili in cui possa cimentarsi un uomo. O, forse, avevano previsto, con discreto anticipo, la parabola sportiva di Stephon Xavier Marbury da Coney Island, mentalità da playground e gli anni migliori della carriera spesi nel tentativo (fallito) di far grandi le squadre di casa sua.

E dire che le aspettative, fin dai tempi dell’Abraham Lincoln High School, erano alte. Altissime. Tanto più se sei di New York e il tuo nome, anzi il tuo soprannome (Starbury), aveva già iniziato a circolare in un passaparola quasi mistico tra i campetti della Grande Mela.

L’anno di college a Georgia Tech sembra quasi un pro forma, un passaggio obbligato prima dell’inevitabile approdo Nba. Datato 1996, quando i Minnesota Timberwolves decidono che vale la pena scambiare con i Bucks un Ray Allen non ancora in versione ‘He got game’ per la Star(bury) annunciata. E, in effetti, una prima stagione da 15,8 punti e 7,8 assist di media sembra mantenere tutto quanto di buono si è detto di lui.

Nel 1999 il primo ritorno a casa con i New Jersey Nets che intendono farne la pietra angolare di una ricostruzione. Che porterà sì allo sfortunato ‘back to back’ nelle Finals 2002 e 2003 ma con Jason Kidd nel ruolo di plenipotenziario, con Marbury ad abbrustolire già da qualche tempo al sole dell’Arizona sponda Phoenix. Perché il nostro sarà stato pure due volte All Star (2001 e 2003) e il primo dai tempi di Oscar Robertson a fare 20 e 8 assist di media ad allacciata di scarpe, ma la latente incapacità di essere leader di un gruppo vincente ha già iniziato a farsi strada nelle idee di allenatori, general manager e addetti ai lavori. Trovando sinistra conferma nell’infausta spedizione olimpica del 2004, quando Marbury è il ‘primus inter pares’ dei dodici reprobi (tra gli altri, Allen Iverson e dei giovanissimi James, Anthony ed Howard) che, all’ombra del Partenone, si permettono di conquistare appena il bronzo.

Come ti risollevi da una botta del genere? Tornare a casa sembra la scelta più logica. Soprattutto se i Knicks, di fatto, ti mettono in mano le chiavi del futuro prossimo della franchigia, ancora impegnata in una ricerca d’autore pirandelliana dopo i fasti del trio Sprewell-Houston-Camby. L’idea del “vi faccio rimangiare tutto quanto di negativo avete detto su di me portando alla vittoria la squadra della mia città” si rivela poco più di una romantica suggestione, oltre che il più clamoroso dei boomerang. Nei cinque anni che (il fu) Starbury passa al Madison Square Garden non solo i Knicks i playoff li vedono giusto in televisione ma, con l’arrivo di Mike D’Antoni, per Steph, quanto di meno adattabile possa esistere a livello di playmaking per la ‘run and gun’ del baffo che conquista, c’è il legno duro della panchina.

Difficile da accettare già di suo, figuriamoci se poi il tuo facente funzione è Chris Duhon. New York diventa una prigione dorata sulle cui pareti vengono segnate metaforiche tacche per simboleggiare il tempo che manca alla fuga (più o meno) salvifica. Il taglio del24 febbraio 2009 viene accolto come una liberazione, tanto più che, tempo tre giorni, arriva la proposta dei Celtics campioni in carica. La buona volontà nell’accettare il ruolo di cambio di Rajon Rondo c’è; a mancare, ovviamente, è la capacità di fare la differenza quando conta davvero.

Così con una carriera Nba e l’abbrivio su quel viale del tramonto che è il campionato cinese, a fare notizia è il lancio della ‘Starbury’, linea di scarpe da basket personalizzata, che, a detta dell’illustre promotore, avrebbero avuto prestazioni comparabili, a prezzi molto più contenuti, ai modelli dei grandi marchi del settore. Il tutto per riscattare una giovinezza in cui “non avevo i soldi per poter comprare scarpe di marca” e dare la possibilità “a ogni ragazzo, anche quello meno fortunato, di avere delle sneakers di buona qualità”.

Fine nobile, risultato un po’ meno. E allo stesso modo in cui 9 ragazzi americani su 10 preferiscono ancora le Jordan alle Starbury, così, oggi, di Marbury si parla quasi esclusivamente nei termini cari a Dan Peterson: un magnifico incompiuto che ha messo sempre al primo posto la sua voglia di dimostrare di poter essere ciò che non è. Artefice dei successi della squadra della sua città, anche a costo di risultare (riuscendo, almeno in questo, perfettamente) uno spacca-spogliatoio di primo livello.

C’è poco da fare, i latini la sapevano lunga. Nessuno è profeta in patria. E se muori dalla voglia di provarci devi stare molto attento. Perché “o muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il  cattivo”.

Capito LeBron Raymone James? Da ‘Hall of Famer’ a Stephon Marbury il passo è meno breve di quel che si crede.

 

 

Commenta
(Visited 417 times, 1 visits today)

About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.