Road to the Ring: la preview della Western Conference

NORTHWEST DIVISION

di Davide Durante

Foto da Instagram
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L’ondata di follia estiva che ha ridisegnato molti roster ha cambiato le gerarchie anche in un contesto più circoscritto come la Northwest Division. La partenza di Gordon Hayward e George Hill, frena il progetto degli Utah Jazz, una franchigia che stava mostrando segnali di crescita esponenziale, e costringerà Snyder a dover ripensare la costruzione del sistema offensivo. La scorsa stagione Utah ha giocato con il pace più basso della lega, proponendo un movimento di palla lento e molto organizzato ma che aveva bisogno degli spunti di attaccanti come Hayward o Hill per essere produttivo. Con la partenza di pedine così importanti, le possibilità di costruire un sistema funzionale passeranno (letteralmente) dalle mani del nuovo arrivato Ricky Rubio. Viste le partenze, l’attacco di Utah sarà totalmente nelle mani del playmaker catalano che, se inserito in un sistema più dinamico, potrà sfruttare le abilità di ‘’roller’’ di Favors e Gobert nelle situazioni di pick and roll e le capacità dall’arco di Ingles e Joe Johnson. La possibilità di accedere ai playoffs sarà determinata da come il nuovo arrivato si inserirà nel roster e da come Snyder sarà in grado di modificare il sistema offensivo in funzione delle caratteristiche del nuovo collettivo.

I Timberwolves (insieme a Philadelphia) sono la squadra chiamata al maggior salto di qualità durante la prossima stagione. Un anno di esperienza in più sulle spalle di Wiggins e Towns e l’arrivo di Butler e Teague lasciano sperare che lo scenario a cui abbiamo assistito in Minnesota in questi anni possa finalmente cambiare. La franchigia infatti non partecipa ai playoffs da 14 anni, e anche con l’arrivo di due talenti indiscussi come Towns e Wiggins la tendenza non è stata ancora invertita. Nonostante l’approdo sulla panchina di Tom Thibodeau, la fase difensiva -specialità del coach ex Chicago Bulls- è stata la lacuna più evidente di questa squadra durante la scorsa stagione, terz’ultima nella lega per punti concessi su 100 possessi. La speranza è che l’aggiunta di un difensore come Butler possa aiutare tutto il roster ad assimilare meglio i concetti difensivi del loro allenatore, potendo così capitalizzare l’enorme talento offensivo che questa squadra ora dispone.

Sul fronte Nuggets con la partenza di Gallinari, la prossima sarà la prima stagione in cui Nikola Jokic sarà il punto di riferimento indiscusso di una franchigia. La sola presenza del centro serbo crea un contesto offensivo di alto livello, tanto che nel momento in cui le sue qualità sono emerse l’attacco di Denver è diventato uno dei migliori della lega (il secondo, dietro solo a Golden State, per tutto il periodo dopo la pausa per l’All Star Game). Con la partenza di Gallinari, è probabile che le chiavi dell’attacco verranno affidate totalmente a lui, con il nuovo arrivato Paul Millsap che dovrà tentare di equilibrare una difesa che la scorsa stagione è stata la penultima in termini di defensive raiting. Un approdo ai playoffs, tra la sesta e l’ottava posizione, non sembra essere un obbiettivo proibitivo, la differenza la faranno i progressi che un gruppo così giovane riuscirà a fare nel corso della stagione.

Nell’arco di un anno e mezzo, i Thunder sono passati dalla frustrazione causata dell’abbandono di Durant all’eccitazione per l’arrivo di due All Star come Paul George e Carmelo Anthony. Il general manger Sam Presti, in maniera quasi inspiegabile, è riuscito a trasformare i contratti di Victor Oladipo, Domantas Sabonis, Doug McDermot e Enes Kanter (e una seconda scelta dei Bulls nello scambio per Melo) nei due nuovi arrivati, mettendo Okc nella condizione di essere nuovamente competitiva. Ovviamente l’aumento dei giocatori di talento non assicura i risultati sul campo, tutto dipenderà da come l’ego dei nuovi arrivati e di Westbrook si relazioneranno. Se riusciranno a mettere da parte gli atteggiamenti da diva e ognuno troverà la propria posizione all’interno del progetto, Okc si candida ad essere una delle due o tre squadre in grado di infastidire realmente Golden State. Se Melo non dovesse riuscire ad accettare l’idea di rendersi utile nella fase difensiva e ridurre gli isolamenti al gomito, Westbrook non limiterà i momenti in cui lascia il comando al demone che risiede in lui e Paul George dovesse sentire il suo ego soffocato accanto a quello dei due nuovi compagni, i Thunder potrebbero rivelarsi la più grande delusione della stagione.

Una franchigia che invece sembra non aver risentito del terremoto che ha colpito la lega negli ultimi mesi è Portland. Lo scorso gennaio l’arrivo di Jusuf Nurkic ha aggiunto fisicità al reparto lunghi e uno scorer in post efficacie, mentre Lillard e Mc Collum hanno dato l’impressione di poter essere veramente il secondo miglior back court della lega. La prossima stagione, con l’aumento esponenziale del livello di competitività nella Western Conference, la coppia di esterni di Portland dovrà fare un passo in avanti dal punto di vista difensivo, aspetto in cui la scorsa stagione i Blazers si sono rivelati carenti (24esimi per punti segnati su 100 possessi). Poter avere a disposizione Nurkic sin dall’inizio rappresenterà sicuramente un vantaggio, ma considerando la già citata competitività della conference e il fatto che il roster non ha subito modifiche rispetto alla scorsa stagione (al di fuori della partenza di Allen Crabbe), è ragionevole immaginare che l’unico obbiettivo realistico sarà tentare di raggiungere uno degli ultimi posti ai playoff.

PACIFIC DIVISION

di Claudio Pellecchia

Foto da Twitter
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Non fosse per le azioni dei Golden State Warriors, in eccesso di rialzo, e quelle dei Phoenix Suns, in eccesso di ribasso, la Pacific Division 2017/2018 sarebbe una delle più interessanti nel già competitivissimo “Wild Wild West”. E non solo per il profondo rinnovamento delle due squadre di L.A. (con un Paul in meno e un Lonzo in più nei rispettivi motori): con dei Sacramento Kings finalmente pronti a ripartire per davvero, California Dreamin’ non resterà molto a lungo solo il titolo di una famosa canzone di metà anni ’60, ma anche uno stimolo per free agents appetibili nella prossima estate. I Kings, dicevamo. Vlade Divac sembra aver completato con successo il praticantato da general manager NBA e, dopo gli errori grossolani del recente passato, ha costruito un roster seguendo il sempre valido criterio del giusto mix tra giovani promettenti (Bogdanovic, Fox, Jackson, Gilles e Mason III, che si sono andati ad aggiungere ai prospetti dei Draft precedenti riemersi dopo l’addio di DMC come Labissiere, Hield e Cauley-Stein) e veterani di livello (Hill, Carter e Randolph, quest’ultimo comunque alle prese con qualche problema extra-campo di troppo): l’idea è quella di dare finalmente continuità ad un progetto tecnico che vede nella riconferma di coach Joerger e dello stesso Divac, le pietre angolari della nuova e (si spera) definitiva ripartenza, senza l’ansia di dover puntare ai playoff ad ogni costo.

Ripartenza è la parola chiave anche nella metà giallo viola del cielo di Los Angeles. E’ la prima volta, da cinque anni a questa parte, che l’idea di un’ennesima stagione di transizione non è più sinonimo di navigazione a vista. E Lonzo Ball e un salary cap ben presto libero dagli ingombranti contratti di Lopez e Caldwell-Pope c’entrano fino a un certo punto: la base su cui costruire è giovane, promettente e solida e per un Ingram e un Zubac che devono ancora risolvere qualche problema di troppo alla “telaistica di base”, c’è un Kyle Kuzma nel ruolo di gradevolissima sorpresa prestagionale. Meno futuribili ma più pronti a giocarsi qualcosa nell’immediato, anche se non soprattutto da aprile in poi, i Clippers hanno scelto Teodosic (e Beverley, assortendo un reparto guardie che possa garantire e alternare lucida regia e atletismo allo stato puro) per provare a dimenticare CP3 (trovando il gradimento di DeAndre Jordan e iniziando a capire subito ciò che li aspetta), rinnovando tre quinti del quintetto e affidandosi ancor di più offensivamente a Blake Griffin (rinnovo quinquennale da oltre 170 milioni). Il tutto in attesa di capire spazi e minuti riservati a Danilo Gallinari, alle prese con la stagione più importante e complessa della sua carriera.

E poi ci sono loro. Quelli che hanno distrutto/stanno distruggendo il gioco. O che hanno costretto avversari diretti e non a giocare in un modo possibile solo a loro. I Golden State Warriors 2017/2018 non sembrano avere punti deboli: il core del roster è stato confermato (grazie anche al sacrificio economico di Kevin Durant, bisognoso più di altri anelli che di rimpinguare il già ricco conto in banca), l’arrivo di Nick Young permetterà a Kerr di disporre (con lo stesso KD35, Curry e Thompson) di quattro tra i primi dieci tiratori catch & shoot dell’ultima stagione, quello di Omri Casspi accrescerà notevolmente il contributo di una panchina che è stata la reale misura della differenza tra Golden State e il resto della lega e l’arrivo di Jordan Bell somiglia tanto all’ultimo colpo di pennello alla cappella Sistina affrescata dalla mani sapienti di Bob Myers. L’unico pericolo per i Warriors rischiano di essere i Warriors stessi, schiacciati dalla pressione della vittoria ad ogni costo: ma era così anche nella scorsa stagione e, all’orizzonte, non si vedono avvisaglie di un tracollo al momento impronosticabile.

Diametralmente opposta la situazione in Arizona. Con il frettoloso triennale da 17 milioni accordato ad Alan Williams (e che ha già presentato il proprio tributo, con l’infortunio che terrà fuori il diretto interessato per almeno metà stagione) e l’infortunio che ha già posto fine al 2017/2018 di Brandon Knight, in casa Suns le speranze sono rivolte al duo Bledsoe-Booker oltre che sul giovane Josh Jackson, quarta scelta assoluta all’ultimo Draft. In attesa che il quarto monte ingaggi più basso dell’intera Nba (appena 90 milioni di dollari) possa tornare utile nella prossima free agency.

SOUTHWEST DIVISION

di Vincenzo Florio

Foto da YouTube
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Ci spostiamo quindi in quella che potrebbe confermarsi anche quest’anno come la Division più competitiva in assoluto, con buona pace della Pacific, troppo condizionata dallo strapotere dei campioni in carica e dal vagabondaggio dei Suns. Nello stato solitario del Texas lo scorso anno l’hanno spuntata nuovamente gli Spurs, che a causa della sfortuna dovuta agli infortuni di Parker e Leonard non hanno potuto affrontare i Warriors nelle finali di Conference a pieno regime. In questa stagione la banda di Popovich dovrà tentare il ritorno alle Finals dopo tre anni di assenza e lo potrà fare oltre che con un Manu Ginobili eterno e pronto per una nuova cavalcata, anche con un Rudy Gay che dopo tanti problemi fisici vuole ritagliarsi quel posto tra i grandissimi che qualche anno fa si dava per certo.

E se San Antonio è già ora una certezza dei piani alti, puntano a confermarsi come tali anche gli Houston Rockets, troppo altalenanti nelle ultime stagioni ma con un nuovo sistema di gioco che li ha portati al terzo posto assoluto in NBA nella scorsa regular season. Come successo un anno fa, una nuova rivoluzione è avvenuta in franchigia e si è deciso di sacrificare quel roster profondo che aveva fatto le fortune di Mike D’Antoni per affiancare a James Harden una stella di pari grandezza, un Chris Paul ormai stanco delle difficoltà dei Clippers e pronto a prendersi quell’anello che né lui né Harden hanno mai raggiunto. A completare il quintetto ci penseranno il punto fermo Trevor Ariza (a lungo primo indiziato per una possibile partenza in caso di arrivo di Carmelo Anthony), un ristabilito Ryan Anderson e Clint Capela, che dovrà giocarsi le sue chance in un ballottaggio con Nené che potrebbe durare per tutta la stagione, mentre dalla panchina si punterà ancora su Eric Gordon, vero trionfatore della stagione dei Rockets con il premio di sesto uomo dell’anno e vincitore della gara da tre punti.

Alla coppia tutta texana che realisticamente si giocherà il primato nella division si aggiungono i Memphis Grizzlies, da sempre sottovalutati ai nastri di partenza ma con una presenza fissa in postseason, pronti a rendere un inferno la vita a chi li incontrerà al primo turno. I leader della squadra sono ancora presenti, con Mike Conley e Marc Gasol che vogliono stupire anche quest’anno, ma buona parte del roster non è stata riconfermata, con Zach Randolph e Tony Allen partiti alla ricerca di nuovi stimoli insieme a Vince Carter, probabilmente arrivato al canto del cigno. Per sostituirli è stata finalizzata una grande trade con i Sacramento Kings, che per avere Randolph e Carter hanno lasciato partire Mario Chalmers, Ben McLemore e Tyreke Evans. Materiale umano decisamente interessante per coach Fizdale, che proverà magari a ritagliarsi un posto tra le prime quattro ad ovest.

Chi invece deve letteralmente rinascere dopo un mercato volto a costruire un roster altamente competitivo sono i New Orleans Pelicans, ristagnati nell’anonimato delle ultime posizioni per troppo tempo. Già a stagione avviata lo scorso anno ad Anthony Davis era stato affiancato un nuovo pezzo da novanta che risponde al nome di DeMarcus Cousins, ma l’asticella è stata alzata ulteriormente in estate con gli arrivi del sopracitato Tony Allen da Memphis e soprattutto del rivitalizzato Rajon Rondo, protagonista di uno spettacolare finale di stagione a Chicago. Si ricongiunge quindi la coppia formata dal playmaker e da Cousins, compagni già a Sacramento due stagioni fa in una stagione che si è però rivelata clamorosamente fallimentare. Tutti i dubbi legati ai Pelicans nascono e finiscono sul rapporto delle Twin Towers formato 2017 con Rondo, che ha le potenzialità insieme a Holiday di farli risplendere al massimo e diventare la principale sorpresa dell’annata NBA, tanto quanto di fallire clamorosamente a causa dei riconosciuti problemi caratteriali.

Fanalino di coda della Southwest Division saranno con ogni probabilità i Dallas Mavericks, che si trovano dopo gli anni post titolo NBA a dover ricostruire un roster che non si può definire scadente, ma che soffre troppo per la mancanza di un vero e proprio leader che prenda il posto di un Dirk Nowitzki ormai 39enne. Tanti rookie per completare le rotazioni e nessuna partenza eccellente, ma con l’alto livello competitivo che offre quest’anno la Western Conference è quasi impossibile immaginare la franchigia di Mark Cuban che stacchi un biglietto per la postseason.

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