All Star Game 2016: ecco quello che ricorderemo

D’accordo. L’All Star Game va preso per quel che è. Vale a dire un grande spettacolo ad uso e consumo del pubblico, scevro da qualsiasi rilevanza significativa all’interno della pallacanestro più competitiva del mondo. Eppure ciò non significa che non si possano trarre indicazioni sulla Nba che è stata è e sarà nel futuro a medio lungo termine. Perché se al netto di un contesto agonistico rivedibile tutte le superstar della Lega cercano di non mancare mai all’appuntamento di metà stagione un motivo ci sarà. Anzi, nel caso dell’edizione 2016, più di uno.

Partiamo da uno dei candidati al premio di Rookie of The Year, il lettone Kristaps Porzingis. Il suo impatto, pur con tutte le differenze del caso, ricorda molto quello che a suo tempo ebbe Yao Ming. Come il cinese, infatti, il giovane Knick ci ha messo relativamente poco ad adattarsi a un mondo cestisticamente diverso da quello di provenienza. Ci sono momenti in cui si ha l’impressione che la sua appartenenza a tutto questo sia la cosa più naturale del mondo, fotografata dallo stesso “You belong” con cui Shaq, all’epoca, diede il benvenuto a Yao. E se qualcuno si trova a suo agio contro le migliori difese del mondo, figuriamoci quando il non difendere è la clausola non scritta in calce all’intero fine settimana.

Come tradizione impone, però, la giornata più interessante e divertente è quella del sabato, dedicata alle competizioni individuali. E anche stavolta le attese non sono andate deluse.

Lo Skills Challenge, nonostante la superficialità con cui alcuni dei protagonisti (in particolare CJ McCollum) hanno affrontato la prova, ha ribadito la nuova costante della Nba moderna: l’importanza dei lunghi di avere dei competenti fondamentali anche quando si tratta di mettere la palla per terra. E se è vero che, in condizioni normali, Isaiah Thomas non avrebbe problemi a ‘mangiarsi’ il Karl-Anthony Towns della situazione partendo dal palleggio, è altrettanto vero che un 2.11 con questa tecnica di base facciamo fatica a ricordarlo.

C’è poco da fare siamo di fronte all’evoluzione della specie. Altrimenti la contemporanea presenza dei Towns, dei Davis, dei DMC nello stesso periodo storico non sarebbe spiegabile.

Meno scontata del previsto, anche per via di una qual certa indolenza di Stephen Curry, la gara del tiro da tre. Che, oltre a confermare le ottime sensazioni intorno al giovane Devin Booker, ha evidenziato come Klay Thompson, dal punto di vista della meccanica di tiro e dell’esecuzione, non abbia nulla da invidiare al suo ‘gemello’. Anzi, potrebbe avere anche qualcosina da insegnargli: 19/25, eguagliando il 27 mandato a referto da Steph l’anno scorso e meritata successione nell’albo d’oro della competizione, con il titolo che resta in casa Golden State.

Il piatto forte, però, è stato lo Slam Dunk Contest. “Best since Dominique and Jordan” ha twittato un entusiasta Paul Pierce. E come dargli torto. Era dal 2000, da quando cioè Vince Carter fissò l’asticella piuttosto in alto, che non si assisteva a un concorso così. Non sempre per demerito dei partecipanti: in anni in cui si e visto e saltato di e su tutto, trovare idee nuove e originali non è stato semplice. Zach LaVine e Aaron Gordon ci sono riusciti: e se il primo ha dimostrato di essere uno skywalker impareggiabile, il secondo avrebbe probabilmente meritato di più. Anzi, lasciate perdere il condizionale.

Non deve stupire, quindi, come Will Barton e Andre Drummond siano stati relegati al ruolo di comparse. Anche se il lungo dei Pistons si è esibito in un numerino niente male, con Steve Nash nei panni di fantasioso Sancho Panza.

E la partita della domenica? Solito concentrato di giocate spettacolari e difese costeggianti, di quelle che tanto fanno storcere il naso ai puristi e fanno interrogare sull’effettiva utilità e rilevanza dell’All Star Sunday. Tuttavia qualche conferma di ciò che si vede normalmente è puntualmente arrivata: il dominio di Westbrook, MVP per il secondo anno consecutivo, il rientro in grande stile di Paul George, il range di tiro illimitato di Curry. E, last but not least, il rispetto che Kobe Bryant ha saputo conquistarsi nei suoi vent’anni di carriera ad altissimi livelli. Accolto così e salutato così, nel giorno della sua diciottesima e ultima partita delle stelle.

Ci mancherà. Perché un All Star Game senza Kobe, per quelli della nostra generazione, non è All Star Game fino in fondo. All’edizione 2017 il compito di smentirci. Ci si vede a Charlotte!

 

Commenta
(Visited 92 times, 1 visits today)

About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.