L'EDITORIALE - Il lascito di un uomo libero

Noi scriviamo di basket Nba. O, almeno, proviamo a farlo nel modo migliore possibile. Per voi che avete la pazienza di leggerci. Ma anche per noi. Perché ci piace. Perché non possiamo farne a meno. Perché siamo magneticamente attratti da un diverso modo di intendere lo sport (e la vita) che è quanto di più lontano ci sia rispetto a ciò cui siamo stati sempre abituati. E non passa giorno senza stupirci di quanto possa essere bella e distante una cultura popolare (perché lo sport, al di là dei soldi che lo tengono in ostaggio, è e sempre sarà cultura popolare) che riesce a coniugare come nessuna la bellezza del gesto di un atleta in movimento ai fondamentali di esistenza di una nazione che tutto ciò che ha se l’è preso con il sangue. Proprio e altrui.

Ed è per questo che anche noi che vediamo il mondo in una palla a spicchi dobbiamo tanto (se non tutto) a Muhammad Ali. E non solo perché, banalmente, abbiamo fatto nostra quella visione tutta americana “dei due supermassimi al centro del quadrato da 45 colpi a round” anche quando parliamo di una partita, di una serie, di una finale. Fateci caso: ogni volta è sempre uno contro l’altro, LeBron James contro Stephen Curry, Warriors contro Cavaliers, le Finals 2015 come “The Rumble in the Jungle” e quelle attuali come “The Thrilla in Manila”. Viene spontaneo, naturale. Probabilmente perché niente meglio dell’iconografia pugilistica riesce a rendere meglio la vera essenza di “The Game”.

Ma il lascito di Ali è un altro. Ben più importante. Perché se oggi possiamo parlare di sport e vita è grazie a lui. Al suo modo di essere icona. Un ring non come fine, ma come mezzo. Per dare voce a chi voce non ne aveva, diventando ambasciatore di battaglie ben più cruente di quelle con Foreman, Frazier, Liston. Puoi essere un campione e tutti ti ammireranno. Puoi essere un modello e tutti cercheranno di fare quel che fai tu. Puoi essere un’ispirazione e dare la forza per cambiare il mondo. Tuo e quello degli altri.

Alì è stato tutte queste cose insieme. Perché senza di lui Wilt Chamberlain non sarebbe riuscito a raccontare di come integrò Lawrence ai tempi del college, facendosi servire da mangiare anche nei locali riservati solo ai bianchi. E Bill Russell difficilmente avrebbe avuto il coraggio di rifiutarsi di scendere in campo quella volta che, sul finire degli anni ’60, lui e un suo compagno di colore dei Celtics furono invitati a lasciare il ristorante dove volevano pranzare. E a Lew Alcindor non sarebbe mai venuto in mente di diventare Kareem Abdul-Jabbar per vedersi riconosciuto il diritto ad esprimere la propria spiritualità nelle forme che riteneva più opportune. E, ancora, oggi non riterremmo giusto che il proprietario di una franchigia Nba venga messo alla porta dagli altri 29 per una conversazione telefonica privata ma dai contenuti disgustosi. Nel XXI secolo e in un contesto fatto a larga maggioranza afroamericana.

Ed ecco perché quel che è stato il figlio prediletto di Louisville va ben oltre ciò che si è visto all’interno del quadrato. Quello è un dettaglio. Quasi offensivo per un uomo del genere. Chiunque oggi può aprire YouTube e guardarlo “volare come una farfalla e pungere come un’ape”. Ma, mentre lo fa, dovrebbe tenere a mente anche tutto il resto. Che non sempre è stato raccontato come si sarebbe dovuto fare. La bellezza del suo modo di interpretare la nobile arte non deve distogliere da uno sguardo d’insieme più ampio e che comprenda tutto ciò che lui ha fatto al di fuori del ring. Per i diritti civili, per dei popoli che si sono ritrovati in guerra senza un motivo apparente, per chi non ha avuto da madre natura la possibilità di far sentire la propria voce grazie (anche) alla naturale e meravigliosa attitudine ad essere il migliore di sempre in ciò che si sceglie di fare.

Mi è sempre scappato un sorriso quando, di tanto in tanto, facendo capolino ad un All Star Game o a una singola partita, atleti giovani, ricchi, idolatrati, tornavano di colpo bambini timidi e ossequiosi al cospetto del carisma del più grande. Che non è mai sfiorito, diversamente dal suo fisico debilitato dalla malattia. E allora tutti, in rispettoso omaggio, ad andargli vicino per un saluto, una foto, una parola, magari anche solo uno sguardo. Perché gli arrivasse il messaggio, pur tra la fitta nebbia del tempo che stava scorrendo inesorabilmente, che tutto ciò era merito suo. E che, in fondo, eravamo tutti suoi figli. Loro ma soprattutto noi.

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.