STORIE DELL'ALTRO BASKET - Arvydas Sabonis, l'uomo che sentiva le voci

Pete Maravich fu facile profeta: “Arriverà un giorno in cui ci saranno centri di 2 metri e 20 con i movimenti da guardia e playmaker di oltre due metri in grado di poter giocare indifferentemente tutti e cinque i ruoli del sistema. Dobbiamo prepararci”.

Letta oggi, con il sempre inutile senno del poi e in un periodo storico in cui furoreggiano i LeBron James e i lunghi passatori alla Gasol, sembra semplice. Non così, però, all’epoca dei fatti quando la visione degli americani sul ‘loro’ gioco non era così avanti e soprattutto perchè quelle parole provenivano da un uomo che, nella fase declinante della carriera, aveva mostrato la sinistra tendenza a mantenere la dimensione mentale molto distante da quella corporea. Prendere quell’affermazione come la boutade di un uomo in evidente difficoltà fu quasi logico. Eppure non ci volle molto perchè i fatti dessero ragione a ‘Pistol’.

La profezia comincia a concretizzarsi nel giugno del 1985 quando gli Atlanta Hawks, con la scelta numero 77 al quarto giro del draft, fanno conoscere al mondo occidentale il nome di Arvydas Sabonis. Il “chi era costui?” di manzoniana memoria preso a prestito dai media di settore si trova a fare ben presto i conti con la realtà del fenomenale centro lituano dello Zalgiris Kaunas. Uno che, ad anni 21, gioca come mai prima (e come mai dopo) anche in un contesto che aveva visto fiorire gente come Tkachenko e Belov senior (quello del canestro decisivo alle Olimpiadi di Monaco del ’72). Che ci si trovasse al cospetto del primo della nuova specie di superatleti predetta da Maravich era evidente: mani da liutaio al servizio di un fisico mostruoso (221 centimetri per più di 130 chili), piede perno sontuoso, tecnica da passatore misteriosa per un giocatore di quelle dimensioni, imbattibile a rimbalzo, affidabile con il piazzato dalla media-lunga distanza. Wilt Chamberlain vent’anni dopo. Vedere per credere.

Solo che ‘The Big Dipper’ un avversario come gli agenti del Kgb non l’aveva mai avuto. Sabonis si, in virtù del suo rivedibile status di ‘patrimonio’ del regime sovietico. Un patrimonio da proteggere. A modo loro: affidandolo alla custodia dei servizi segreti di Stato, perché non seguisse le orme del traditore tedesco Sparwasser (quello che ai Mondiali di calcio del 1974 segnò il gol decisivo contro la Germania Ovest) saltando al di là del muro di Berlino. Una marcatura che non poteva essere elusa con un elegante giro dorsale o un movimento dal post basso.

Così la domanda sul perché, prima del 1995, il nativo di Kaunas non abbia messo piede nel mondo cui naturalmente apparteneva, ha una risposta. Ben più dell’infortunio al tendine d’Achille che, nel 1986, sembra pregiudicargli il resto della carriera. Mai condizionale è stato più obbligato di questo: negli anni ’80, nel vecchio continente, pallacanestro faceva rima con Arvydas Sabonis e Unione Sovietica. Rigorosamente in quest’ordine poiché è di ‘Saba’ la firma in calce ai trionfi dell’armata rossa: ori europei, mondiali e olimpici più una mezza dozzina di piazzamenti assortiti. Tutti sfruttati in chiave politica per dare nuovo lustro all’immagine decadente del regime comunista che, già da tempo, aveva preso a saccheggiare il meglio dalle sue colonie, con la Lituania meta preferita per ciò che riguardava la palla a spicchi.

Nel 1989 , però, il muro di cui sopra, fisico e metaforico, cadde. Così come la single coverage del Kgb su Sabonis che diviene così un uomo libero. Libero di seguire, seppur in ritardo, la strada che il destino aveva tracciato per lui. Libero di andare in Spagna a dilettare, novello torero, le folle di Valladolid prima e Madrid poi. Libero di vincere a Barcellona ’92 un bronzo dal valore inestimabile, perchè conquistato con la SUA nazionale, non quella impostagli da altri. Libero, finalmente, di attraversare l’oceano e approdare lì dove, di fatto, avrebbe sempre dovuto stare.

L’impatto con la ‘sua’ lega, con la maglia dei Portland Trail Blazers, è ancora oggi libero oggetto di intepretazione. Ottimo se si guarda all’ancora scarsa considerazione che si aveva degli europei (nonostante Bobby Knight, uno che non regalava niente ha nessuno, avesse sentenziato anni prima: “Io uno così non l’ho visto mai”), poco più che discreto per chi, al di qua dell’Atlantico, aveva ancora negli occhi il dominio esercitato sui parquet del vecchio continente. Di fatto i 14.5 punti, gli 8.1 rimbalzi e gli 1.8 assist in poco più di 24 minuti di media a partita, costituiscono un trampolino di lancio di tutto rispetto. E, finalmente, Pete Maravich ottiene la sua rivincita dal luogo in cui riposa degnamente.

Anche al cospetto di chi aveva inventato il gioco il dilemma è sempre lo stesso. Ci si trova di fronte a qualcosa che non ci credeva fosse possibile. Per un europeo e per un uomo di quelle dimensioni. Gli americani avevano ancora negli occhi ciò di cui era capace Drazen Petrovic; ma quello era un croato di 1 e 96, questo è un monolite di 2 e 20. Non si è sempre sicuri di dove abbia imparato a giocare in questo modo: di sicuro lo sa fare, più e meglio di tanti altri abituati a quei livelli. Come se sentisse delle voci che lo guidassero in un mondo solo all’apparenza sconosciuto, come se avesse sempre saputo cosa fare, come fare e contro chi farlo. Un iniziato, senza possibilità di smentita. Al netto di problemi fisici alle ginocchia che si fanno cronici con il passare dell’età e di qualche ‘prodezza’ extra campo dovuta all’altra sua grande passione, la vodka.

Nelle sue sei stagioni a Portland (sette volendo considerare il 2002/2003 che funge da intermezzo alla sua seconda e ultima parentesi allo Zalgiris), i Blazers si affermano come una delle squadre più competitive ad Ovest. Fermandosi, però, sempre alle soglie del paradiso, con gli Spurs (1999) prima e i Lakers della prima ondata Kobe-Sahq (2000) poi nel ruolo del cattivo che interrompe alle finali di Conference la scalata verso la gloria.

Il ritorno a casa, nel 2001/2002 sembra il preludio a un inesorabile declinare. Ma, anche in questo caso, l’uso del condizionale non è casuale visto che il nostro fa ancora in tempo, alla soglia dei 40 anni, a farsi nominare miglior giocatore dell’intera Eurolega nel 2004 oltre a vincere un altro paio di titoli con lo Zalgiris. Prima che, inevitabilmente, Chrono chieda il tributo definitivo a una carriera difficilmente eguagliabile, imponendo il ritiro nel 2005.

Eppure, nonostante tutto, Saba è ancora lì. E’ lì quando vedete un Marc Gasol dare una palla schiacciata per terra non spiegabile dalle menti normali. E’ lì quando Nowitzki spariglia ogni piano difensivo preparato contro di lui grazie ad una tecnica di tiro non comune a un lungo di oltre due metri e dieci. E’ lì quando, nei college di mezza America, ai centri viene prima insegnato a muoversi correttamente sul piede perno prima ancora di far valere il loro selvaggio atletismo. E’ ancora lì perchè di fatto non se ne è mai andato. Lui che, sui parquet Nba, è sempre stato di casa pur essendo nato e cresciuto in un contesto (non solo cestistico) totalmente diverso da quello cui lui apparteneva naturalmente. Lui che, per farsi guidare nel cammino di un’esistenza non sempre facile, ha scelto di seguire le sue voci di dentro. Che, visti i risultati, hanno avuto ragione fin dall’inizio.

 

Commenta
(Visited 617 times, 1 visits today)

About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.