STORIE DELL'ALTRO BASKET - L'illegalità (del piede perno e non solo) di Zach Randolph

Di storie di cestisti di colore che emergono dal ghetto, raggiungono successo, fama e ricchezze e hanno rapporti con la legge che eufemisticamente definiremmo “controversi”, ce ne sono a centinaia. Forse migliaia. E’ quanto di più americano ci possa essere, forse anche più della torta di mele lasciata raffreddare sul davanzale di una finestra. Una, però, vince per distacco: roba che, al confronto, Spree, J.R. Smith, quel mattacchione di Gilbert Arenas e tutti i loro emuli più o meno noti sembrano usciti da un libro di Dickens. Quindi, senza ulteriori indugi, lasciate che vi presenti i Portland “Jail” Blazers dell’anno di grazia 2001. Nell’ordine:

– Patterson Ruben: aspirante “Kobe stopper” (si, come no), balza agli onori delle cronache per aver tentato di violentare la bambinaia dei suoi figli. Con la moglie in casa;

– Wallace Rasheed: colui che non ha bisogno di presentazioni. Nel caso di specie, si segnalò per una rissa con il leggendario Sabonis (la cui signora aveva un rapporto privilegiato con la polstrada di Portland, causa guida in stato di ubriachezza da vodka a mattinate alterne) e il possesso illegale di marijuana con Damon Stoudemire e Qyntel Woods (organizzatore, tra l’altro, di combattimenti illegali tra cani);

– Wells Bonzi: «I miei tifosi? Non me ne frega niente”» (cit.);

– Randolph Zachary: rissa con Patterson e, qua e la, qualche corsa clandestina in autostrada.

All’epoca qualcuno tirò fuori una statistica secondo la quale le forze dell’ordine della capitale dell’Oregon beccavano uno degli idoli del fu Rose Garden in atteggiamenti che esulavano dalla legalità ogni 33 giorni. Non proprio la fedina penale del cittadino medio. Detto che mettendo un decimo dell’impegno dedicato a tutte queste attività extracurricolari sul parquet un anello lo si sarebbe potuto portare a casa (do you remeber gara 7 vs Lakers?), concentriamoci sul vero protagonista di questa storia. Zachary “Zach” Randolph. Illegale non tanto (e non solo) per le “prodezze” fuori dal campo, ma soprattutto per la qualità spaventosa del suo gioco in post.

Ma andiamo con ordine. Il nostro nasce a Marion, nell’Indiana e, come tutti i figli prediletti di “Basket State”, sembra toccato dalla grazia di un talento fuori dall’ordinario. Il suo “background” familiare, al contrario, è assai comune: la classica madre sola con il solo sussidio di disoccupazione come mezzo di sostentamento per lei e i 4 figli, un’adolescenza complessa costellata da furtarelli più o meno gravi e una permanenza di 30 giorni ai domiciliari per rissa. Eppure, oltre una personalità e un carattere difficili da gestire, c’è un diamante grezzo su cui lavorare. Il primo ad accorgersene è Craig Moore, coach della locale Marion High School. Vinto tutto quello che si può vincere a livello liceale, va a Michigan State dove, nell’anno da matricola, colleziona 10,8 punti e 6,7 rimbalzi di media in 33 partite, trascinando gli Spartans alla Final Four Ncaa. L’immediata eleggibilità al Draft del 2001 è un passo obbligato, meno la scelta da parte dei Blazers alla 19; bassina considerando le aspettative che si erano venute a creare.

C’è, però, una spiegazione a questo apparente paradosso. Perché se è vero che l’abito non fa il monaco è altrettanto vero che, oggi come allora, se non conosceste Zach Randolph, vedendolo una prima volta tutto direste fuorché si tratti di un giocatore di pallacanestro. Due metri scarsi di altezza, pancetta antiestetica il giusto, capacità atletiche rivedibili. Eppure, cestisticamente parlando, una mente superiore: mani da liutaio al servizio di un movimento di piedi che avrebbe fatto invidia a Mohammed Alì, uniti ad un “taglia fuori” da manuale e alla capacità di saper portare ogni singolo blocco in maniera sapiente.

Al netto di tutto ciò, dicevamo, Portland. E cinque stagioni in un crescendo rossiniano, fortunatamente non solo per quanto riguarda gli aspetti extra basket. “Most Improved Player” vinto nel 2004 e un 2006/2007 da 23,6 punti e 10,1 rimbalzi di media in quello che sembra l’anno della definitiva consacrazione. Sembra, perché in marzo un infortunio abbastanza serio lo costringe a fermarsi senza, per questo, impedirgli di scrivere 43 e 17 a referto in quella che è la sua ultima apparizione in maglia Blazers.

L’estate successiva, infatti, si trasferisce ai Knicks nell’ambito di una trade che coinvolge anche Steve Francis e Channing Frye. Ora, se si volesse dar credito al celebre aforisma di Sinatra secondo cui «Se ce la fai a New York ce la fai ovunque», l’esperienza di Randolph nella “Grande Mela” dovrebbe corrispondere al suo epitaffio sportivo. Fa maluccio, tanto più che 80 partite dopo si ritrova ai Clippers, al tempo in cui si era ancora sotto la metà sbagliata del cielo losangelino. Le medie ritornarono quelle abituali (23 e 10), così come l’abitudine a far parlare di sé per altro: ci sono serie possibilità che Amundson porti ancora i segni del pugno ricevuto nel corso di una partita contro i Phoenix Suns: espulsione e contestuale squalifiche, con appena 39 gare giocate.

Ma questa, come detto all’inizio, è una storia tipicamente americana. E non sarebbe tale se nel momento di massima difficoltà, quello in cui nessuno scommetterebbe un centesimo bucato su di te, non arrivasse la chiamata del destino. Quella che ti cambia la vita e ti svolta la carriera. Magari non nei modi e nei tempi previsti, ma lo fa. E non è un caso che ad offrire l’occasione del rilancio sia una delle franchigie meno “glamour” della Nba, quei Memphis Grizzlies che faticano a riempire anche solo metà del FedEx Forum. Del resto “glamour” Randolph non lo è stato mai, quindi quale luogo migliore del Tennesse per dare libero sfogo al proprio talento? Meglio se come leader di autentici “unglorius bastards” che nemmeno Tarantino, con il gemello diverso (ma non troppo) Marc Gasol a completare idealmente un reparto lunghi brutto da vedere ma terribilmente efficace.

Se ne accorgono per primi i San Antonio Spurs, che nel 2011 conoscono l’onta della sconfitta al primo turno, in uno dei più clamorosi “upset” della storia. Seguono sette gare da leggenda contro Okc, in cui i nostri (anti)eroi cedono di fronte a Durant, nonostante Zach&Marc torturino, nel senso letterale del termine, nel pitturato i malcapitati Perkins e Ibaka, con movimenti dal post degni di Olajuwon. L’anno dopo è ancora una gara 7 ad essere fatale, questa volta al primo turno contro i Clippers. Ma siamo di fronte a una biglia lanciata su di un piano inclinato, non si può più fermare. Zach e la sua banda di scappati di casa sono brutti, cattivi e dipingono pallacanestro come da tempo non si vedeva a quelle latitudini. Il 2013 è l’anno della finale di Conference, condita dalla doppia rivincita su Clippers e Thunder, spazzati via senza riguardo. L’inopinato 0-4 contro gli Spurs non cancella due realtà evidente ai più: nel wild wild West bisogna necessariamente fare i conti con i Grizzlies e Zach Randolph è uno dei migliori lunghi della lega per distacco, l’unico che riesca a mantenere un rapporto punti/rimbalzi che ha dello spaventoso per le sue caratteristiche. Non Duncan, non Howard, ma lui l’underdog per eccellenza, quello che se gli aveste detto “porterai una franchigia ai playoff” sarebbe stato il primo a ridervi in faccia.

Il resto è storia dei giorni nostri. Un’altra maratona con i Thunder persa al redde rationem di gara 7 e un inizio di 2014/2015 che racconta di Memphis sul 10-2 e di Z-Bo che abusa ripetutamente del tizio che, sera dopo sera, ha la sventura di marcarlo. Commettendo l’errore che molti, se non tutti, fanno da sempre: sottovalutare questo figlio dell’Indiana che, proprio come il calabrone che vola nonostante una conformazione fisica che non glielo permetterebbe, gioca divinamente senza avere il fisico per farlo. Salta poco, ma cattura rimbalzi come nessuno; tira senza staccare i piedi da terra, ma la retina fa “ciuff” comunque; lo vedi andare in post in maniera goffa, ma poi ti ritrovi incantato dal suo cattedratico piede perno.

L’errore, però, sta proprio qui, nel continuare a stupirsi di tutto ciò. Zach Randolph e questo, è sempre stato questo. Anche quando era un “Jail” Blazers; ma, forse, si era tutti troppo occupati a guardare il dito della sua sregolatezza fuori dal parquet piuttosto che la luna rappresentata dalla sua pittorica mano sinistra. Tra l’altro, da qualche anno a questa parte, la testa sembra essersi riavvitata nel modo corretto, ma si tratta di un dettaglio ormai secondario. Oggi, di Zach Randolph, si parla solo di ciò che è in quei 48 minuti sera si sera no. Ed è molto meglio così, per noi e per lui.

 

 

 

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About The Author

Claudio Pellecchia Napoletano classe ’87, giornalista sportivo e laureato in Giurisprudenza, ammesso che le due cose possano coesistere. Folgorato sulla via di Federico Buffa, intende divulgare il verbo della palla spicchi perché, come disse qualcuno, “lei non mente mai”. Scrive anche di calcio su Rivista Undici.